Cerca
Close this search box.

Recensione: Michelle Zauner, Crying in H mart

L’arte della madeleine proustiana prevede grossomodo di partire dal gusto e di far detonare tutti i ricordi a questo collegati, in un gioco da prestidigitazione impiantato sulla sinestesia. Recensione del libro "Crying in H-Mart", dove la scrittrice statunitense di origini coreane Michelle Zauner si immerge nel rapporto tumultuoso e poliforme con la madre, dopo la sofferta scomparsa di quest’ultima. Tutto lungo le fragranze di noodles e kimchi, alla scoperta del difficilissimo ruolo di genitori e figli e del compito di prendersi cura dell’altra. L'articolo è di Lamberto Santuccio.

Tacciono tutte le domande e i possibili inquadramenti, di fronte a un testo che mette a nudo un lutto, soprattutto quando quest’esperienza estrema e universale non viene modellata in un’opera narrativa ma si sviluppa attorno alla struttura salvifica, fluviale e incatalogabile del memoir.

Dentro il progetto di recuperare o semplicemente descrivere una perdita da parte dell’autore, il lettore solitamente è riconoscente per la condivisione in carta e inchiostro. Sonda un’esperienza particolare e condivisibile. È possibile che pianga per un rimorso personale o per la proiezione dettata dalla partecipazione emotiva sugli eventi raccontati e, con la quarta di copertina chiusa sopra l’ultima riga, solitamente ne esce stordito.

Tutte sensazioni che è facile provare leggendo Crying in H Mart, il testo di Michelle Zauner pubblicato alla fine del 2022 da Mondadori nella traduzione della scrittrice Marta Barone.

Una madre e una figlia

Michelle Zauner è una musicista americana, di padre statunitense e madre coreana, e nel suo memoir è proprio sulla figura di quest’ultima e sui loro rapporti che focalizza tutta l’attenzione. Più in particolare, sembrano essere due i momenti sui quali si sofferma maggiormente.

Da una parte l’adolescenza, con tutto il carico di frizioni e scontri che solitamente si vivono in quegli anni coi genitori; i tentativi di perfezionamento sulla figlia, l’abuso di creme rinvigorenti e antiage, i viaggi annuali a Seoul e soprattutto l’incomprensione di fronte ai desideri artistici adolescenziali rendono la figura della donna sfuggente nelle poche ammissioni fatte di sghimbescio e contrastante nella focalizzazione dell’autrice.

Senza voler limitarsi a una psicologia spicciola, la madre è d’altronde la portatrice di quelle origini complesse e non totalmente digerite, un’alterità al cinquanta percento che per la giovane Michelle si fa ardua da accettare, isolata com’è nella casa di campagna in Oregon, con nessun altro coetaneo per metà asiatico tramite il quale confrontarsi o accettarsi e una lingua, quella parlata durante i soggiorni al di là del Pacifico, che non ha mai saputo scandire correttamente e fare propria. E poi c’è l’altro evento, quello centrale, datato 2014: la madre si ammala, scopre di avere un cancro terminale e, dopo le fallimentari sedute di chemioterapia, in un turbinio di ultimi eventi drizzati ad approfittare dei rimasugli della sempre più debole lucidità della donna, si spegne abbandonando il marito e la figlia.

Prendersi cura

I mesi terribili delle terapie somministrate alla madre scorrono sulle pagine lungo le rotaie del cibo, in un pensiero magico fatto di noodles, sannakji e kimchi, per la preparazione del quale Michelle ha oramai preso l’abitudine di recarsi spesso all’H Mart, la catena di supermercati asiatici dove è possibile trovare tutto il genuino e originario occorrente.

Quello coi piatti della tradizione coreana non è il classico rapporto da madeleine, non si tratta qui di sapori che afferrano alle spalle e fanno ripiombare al tempo dell’infanzia, alle origini, in altri luoghi e tempi. È una tradizione culinaria, invece, che sembra tradurre perfettamente l’arte di prendersi cura.

Attraversando le complessissime ricette e seguendo i tutorial su youtube, Michelle comprende infatti tutto l’apporto affettivo della madre, intuisce come si sia presa cura di lei a partire dalla sua infanzia dietro la ricerca del perfetto dosaggio di ingredienti in una zuppa e scopre la difficoltà (anzi l’impossibilità) dell’inversione dei ruoli, quando si troverà lei stessa a dover cucinare per il genitore, coi fallimenti nella resa finale nonostante i faticosissimi tentativi.

Dietro una cucina che pare avere piatti per ogni occasione e cerimonia (e soprattutto cibo specifico per i convalescenti, nutrimenti per chi all’improvviso crolla fisicamente) si assottiglia soprattutto il viaggio aereo fra la west coast e la penisola coreana nell’animo dell’autrice, in un percorso di accettazione di quella metà nascosta e non totalmente digerita.

La lingua silenziosa

Col passaggio dalle tavole imbandite dei suoi quindici anni a quel “campo di battaglia disseminato di polveri proteiche e brodaglie di cereali”, con lo sgambetto dalle creme che spianavano ogni ruga al corpo martoriato, annerito e piagato dal male, la Zauner tratteggia una parentesi di buio e disperazione.

Lo fa con un linguaggio limpidissimo, che non eccede mai ma che risuona di tutta la sincerità di resoconti come questo. Una lingua doppia, ovviamente, costellata di coreano come un qualsiasi menu da ristorante, perché “quel cibo era la nostra lingua silenziosa, simbolo del nostro ritorno l’una verso l’altra” scrive poco oltre pagina cento. La lingua madre, la lingua di Omma (mamma in coreano) diventa così anch’essa centrale, masticata e digerita, mentre il turbinio degli eventi sferza di dolore il viso dell’autrice. E il memoir di Michelle Zauner si fa così prezioso, anzi preziosissimo percorso di crescita. – Lamberto Santuccio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *