Cerca
Close this search box.

Recensione: Richard Russo, Il declino dell’impero Whiting

Richard Russo è nato a Johnstown, New York, nel 1949. Laureato all’università dell’Arizona, docente universitario, ha scritto opere che hanno riscosso grande successo di pubblico e di critica, tra le quali Anna Da Re propone la recensione del libro "Empire Falls" ("Il declino dell’impero Whiting"), romanzo vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2002.

Ho cominciato a leggere “Empire Falls”, in lingua originale, più o meno all’inizio di quest’anno. Non è un libro nuovo, ha vinto il Pulitzer nel 2002, anzi per la bolla libresca in cui mi muovo è decisamente vecchio. A me era sfuggito la prima volta, ma non questa seconda.

Esiste una versione italiana del libro, pubblicata da Neri Pozza con il titolo Il declino dell’impero Whiting. Come si capisce paragonando i due titoli, la traduzione è terreno assai impervio e tendenzialmente nato perdente. È un lavoro importante e ammirevole, e anche necessario. Ma se si può leggere un originale, ecco, non c’è paragone. Le traduzioni qui riportate sono mie.

Ma leggere è anche un modo per migliorare l’apprendimento di una lingua: arricchire il vocabolario e renderlo più preciso, avere più strutture sintattiche da usare, aumentare la varietà delle proprie espressioni. Se si legge su Kindle, si ha anche accesso diretto al dizionario, per sapere subito cosa vuol dire una parola che non si conosce e di cui magari non si riesce a dedurre il significato dal contesto. E così le traduzioni che vi proporrò sono mie, condotte con qualche libertà.

Miles Roby, la cascata e il fallimento

Empire Falls misura 644 pagine, che ormai sapete per me è un rassicurante punto di partenza. Il protagonista è Miles Roby, un uomo remissivo, comprensivo con tutti, incapace di dire di no, che gestisce un modesto ristorante, Empire Falls, nell’omonima cittadina del Maine.

Empire Falls, in cui Falls indica sia la cascata del fiume che la percorre sia la decadenza che pervade la cittadina, Empire Falls era stata scelta dalla famiglia Whiting per creare il suo impero, spostando il corso del fiume e costruendo, oltre alla villa del proprietario, anche un paio di fabbriche, che per qualche decennio fanno prosperare il paese e i suoi abitanti. Come in tutte le famiglie che si rispettano la terza generazione è quella che fa fallire il business messo in piedi dalla prima.

“Tick ha imparato diverse cose interessanti su Mrs. Roderigue. Per esempio che il suo pittore preferito è Bill Taylor, che ha uno show in TV su un canale locale. Dipingere per rilassarsi, si intitola. Le specialità di Taylor sono barche a remi e la costa rocciosas del Maine, e la maggior parte dei suoi quadri le contengono tutte e due. Incredibilmente, riesce a completare un quadro, dall’inizio alla fine, nel tempo della trasmissione, un’ora; e quando si trova fuori a dipingere dal vero invece partendo da una foto o da una cartolina, in quell’ora è compreso anche il tempo di montare il cavalletto. Preferisce lavorare con gli acquarelli, ammettendo sinceramente che li colori a olio richiedono più tempo. Ha sempre con sè un phon a batteria, così che può asciugare l’acquarello appena pennellato e risparmiare minuti preziosi. Ad essere onesti, a Tick piace guardarlo lavorare.”

A Empire Falls, intorno a MIles ci sono la ex-moglie Janine, la figlia Tick, il fratello David, il padre Max, l’ex-suocera Bea. C’è Charlene, la donna che ha sempre amato, più o meno segretamente, cameriera nel ristorante Empire Falls. Come nella vita ci sono anche parecchi molestatori, in primis Jimmy, il poliziotto che abitava vicino a lui da bambino e che frequentava la stessa scuola, che millanta una vecchia amicizia e non manca di stalkerarlo ben al di là della professione.

Anche il futuro marito dell’ex moglie, Silver Fox, si dà parecchio da fare. Per non parlare della signora Whiting, l’effettiva proprietaria di Empire Falls, e della figlia Cindy, semi invalida dopo un incidente e da sempre innamorata di Miles. Come nella vita c’è anche un amico, che ahimé poi si rivelerà un po’ meno amico.

“Le sere, con il sole che ancora riluceva sulla loro pelle, si tolsero la sabbia e il sale al cottage, sotto la doccia, e vestiti con short e sandali scesero per la strada sterrata verso il paese, per cenare nel ristorante meno costoso che avevano trovato, un posto a nome Thirsty Whale, specializzato in cibo da asporto, in cui però ci si poteva anche sedere, su una piccola pedana con gli ombrelloni. Una studentessa faceva da cameriera e aveva preso in simpatia Miles e gli aveva insegnato a mangiare le vongole al vapore, che venivano servite in cestini di acciaio insieme a delle tazze contenenti un liquido. Il liquido sembrava brodo bollente, ma la studentessa gli spiegò che serviva per pulire le vongole dalla sabbia. Un’altra tazza conteneva del burro fuso per intingerci le vongole. Insieme veniva servito anche un grande ciotola di cracker. Erano costosi, ma Grace aveva detto che andava bene, e Miles le ordinava ogni sera, facendosi strada avidamente nel grande cestino d’acciaio.”

Raccontare l’America

Un universo variegato ma compatto, quello di Empire Falls, con cui Miles si confronta con fatica e tenacia, mostrando, nel corso di una narrazione distesa e quindi realistica e piacevole, di non essere poi così remissivo e comprensivo. Un universo che nasconde dei segreti, che ci vengono svelati con generosità, e che si forma nella nostra mente vivido e realissimo.

“Rispetto alla residenza degli Whiting in città, quella che Charles Beaumont Whiting fece costruire un decennio dopo il suo ritorno in Maine era modesta. Per gli standard di Empire Falls, in cui la maggior parte delle case unifamiliari costava molto meno di settantacinquemila dollari, era un palazzo, con le sue cinque stanze, cinque bagni e uno studio da artista annesso. C. B. Whiting aveva passato un certo numero di anni formativi in Messico, e la casa che fece costruire, accidenti alle apparenze, assomigliava a una hacienda in stile missionario. Aveva persino fatto lavorare e tinteggiare i mattoni perché assomigliassero agli “adobe”. Una casa pazzesca da pensare di costruire nel Maine centrale, diceva la gente, anche se si guardava bene dal dirlo a lui.”

La decadenza di Empire Falls è molto rappresentativa, si potrebbe dire iconica. La dipendenza dalla produttività, la società organizzata intorno al lavoro, l’imprenditore pioniere che alla fine cede alle lusinghe della finanza, sono piuttosto classiche della società americana e le città che nascono e muoiono in corrispondenza con la nascita e la morte delle fabbriche sono più di quelle che sappiamo. Sotto sotto, c’è anche una sorta di vendetta della natura: quel fiume il cui corso è stato deviato per le esigenze del fondatore della fabbrica e della dinastia, alla fine si riprende il suo percorso. Ma questa è una lezione che nessun umano ha ancora imparato.

Che soddisfazione la compiutezza

Quello che a me è rimasto di questo romanzo, che ho letto in un tempo piuttosto lungo ma senza mai perderne il filo, è il senso di compiutezza. Mi aveva colpito che il quote sulla copertina parlava di “intensely satisfying novelna”, e mi chiedevo che cosa volesse dire. E poi, quando ho chiuso l’ultima pagina, mi ha raggiunto questa parola: compiutezza. Penso che la soddisfazione di lettura venga da lì: in Empire Falls ci sono dei misteri e delle domande, e tutte ricevono una risposta; ci sono diversi fili e tutti vengono conclusi e portati al loro posto. E anche se detto così sembra una valutazione un po’ fredda e meccanica, in realtà per me corrisponde a un senso preciso e anche caldo e piacevole.

Vi dirò di più. Nella frammentazione estrema dell’approccio social all’informazione, allo studio e anche al cazzeggio, trovare qualcosa di compiuto e intero è davvero prezioso e rasserenante. Trovare un inizio, uno svolgimento e una fine è un bisogno che avevamo fin da piccoli e che non è scomparso solo perché il mondo intorno a noi è diventato liquido e tutto sembra scivolare tra le mani senza poterlo fermare. Trovare un ordine, che vuol dire trovare un senso, è anche questo un bisogno che continuiamo ad avere facciamo fatica a soddisfare.

Il romanzo non è morto, nonostante la sua fine venga periodicamente decretata. Il romanzo è ancora uno dei grandi piaceri della vita. Il romanzo è ancora un modo per specchiarsi in mondi diversi, persone diverse, luoghi diversi e alla fine conoscere un altro po’ di se stessi. – Anna Da Re

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *