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Recensione: Alessandra Selmi, Al di qua dal fiume

"Al di qua del fiume" di Alessandra Selmi (Nord, 2022) è la storia del primo villaggio industriale in Italia, Crespi, subito dopo l'Unità d'Italia. Un sogno diventato una grande realtà, a cavallo tra mondo contadino e mondo industriale, un sito all’avanguardia, e a misura d’uomo. Consapevole istintivamente dell’importanza dei servizi come diritto dei lavoratori, Silvio Crespi ha fatto suo il dovere sciale di garantire un futuro agli uomini e alle donne del suo cotonificio, mettendo davanti a tutto il loro benessere. La recensione del libro è di Anna Da Re.

Confesso (lo so, i miei post cominciano spesso con una confessione, che dire, ognuno ha i suoi modi) di avere una certa propensione per le storie di famiglia, e per quelle delle industrie. Che sicuramente nell’Ottocento, ma anche nel nostro tempo, si fondono e si mescolano indistricabilmente.

E’ questa propensione, che mi ha fatto restare folgorata dai Buddenbrock di Thomas Mann in abbastanza tenera età, e che mi ha portata l’anno scorso a La classe avversa di Alberto Albertini (di cui ho scritto su Grey Panthers con il nom de plume di Emma Faustini). Ed è questa stessa propensione che mi ha fatto comprare Al di qua dal fiume di Alessandra Selmi (Nord, 2022). Ne avrete sicuramente sentito parlare e l’avreste visto nello stesso scaffale della saga dei Florio, successone di vendita e di critica.

Ma a me hanno attratto altre cose. Cose di prossimità e un po’ di ideologia.

La storia della famiglia Crespi

Il romanzo racconta la storia della famiglia Crespi e del villaggio di Crespi d’Adda. Villaggio che ho visto prima che diventasse sito Unesco, e quindi solo dall’esterno e di passaggio. Ma che mi aveva colpito per la sua bellezza e la sua incongruenza, quell’architettura ottocentesca, semplice ma curata, in mezzo ai capannoni delle moderne fabbrichette intorno alla bassa bergamasca.

Villaggio che corrisponde a una visione, a un lavoro dell’immaginazione, alla capacità tutta umana di vedere le cose prima che ci siano. E al coraggio di tradurre un’idea in qualcosa di fisico. Villaggio costruito dal signor Crespi intorno al cotonificio, con l’idea che se gli operai avessero avuto una casa decente vicina a dove lavoravano, e anche la chiesa e l’osteria, sarebbero stati più felici. Che certo voleva dire anche più produttivi ma non solo. Nell’ottocento delle malattie infantili e delle famiglie numerose, dell’esodo dalle campagne dove si faceva la fame, della vita breve e durissima, il sogno del sciur Crespi era qualcosa di buono, umano, progressista.

Certo visto con gli occhi di oggi il villaggio operaio, dove chi lavora in fabbrica vive, lavora e muore, dove le distinzioni di classe sono evidenziate dalle dimensioni delle villette e dei giardini, con gli occhi di oggi quel villaggio è paternalistico, soffocante, inaccettabile.

Nessuno di noi si sognerebbe di viverci.

La famiglia

Alessandra Selmi racconta Crespi d’Adda attraverso gli occhi e le vicende e la vita di due personaggi principali: il figlio dei Crespi, Silvio, destinato alla guida dell’impresa famigliare, e Emilia, figlia invece di un operaio, che resta orfana già nelle prime pagine del romanzo e che riuscirà a riscattarsi grazie allo studio e alla sua intelligenza e carattere. Intorno molti altri personaggi, che insieme creano un mondo, molto vivido e a cui rapidamente ci si affeziona.

Sotto alla trama, tra le fila dei personaggi e tra le righe del racconto, la vera protagonista è la famiglia.

La famiglia che ha l’ultima parola, a cui i singoli si sacrificano, costretti a rinunciare ai loro interessi, alle loro propensioni, ai loro desideri e alle loro ambizioni per portare avanti l’industria di famiglia.

La famiglia che per gli operai, per i contadini, per le donne è la realtà di riferimento, l’orizzonte, la prospettiva e la dimensione sociale unica e prevalente. Luogo di gioie e dolori (più dolori che gioie, soprattutto per le donne), di partenza e di arrivo, di realizzazione e frustrazione, di affermazione e repressione.

Siamo lontani dalle dichiarazioni della morte della famiglia, dal dissolvimento della famiglia tradizione e dalla nascita delle nuove famiglie, ibride, allargate o ristrette a seconda dei casi e delle circostanze.

Ma tutti sappiamo che nonostante i cambiamenti palesi, le rivoluzioni riuscite o abortite, la famiglia resta pericolosamente simile a se stessa.

Sempre ambivalente. Sempre in mutamento. Sempre problematica. Sempre fortissima.

Quando leggiamo nel romanzo dei rapporti tra padri e figli, tra fratelli, tra generi e nuore, ci sentiamo coinvolti, ci vengono in mente dialoghi e conflitti e riconciliazioni che abbiamo vissuto nelle nostre famiglie, pur così diverse nel tempo e nello spazio.

L’industria

Oltre alla famiglia, qui c’è un’industria. La fiera industria del cotone, la madre della rivoluzione industriale. Con la sua evoluzione, il picco, il crollo.

E come raccontano diversi studi, nessuna impresa industriale sopravvive alla terza generazione: c’è uno schema che si ripete, il fondatore pieno di energia e di idee che realizza l’impresa, la generazione successiva che la amplia, la modifica, la rinnova, e la terza generazione che la consuma, la vende o la distrugge. Complici l’evoluzione tecnologica, i cambiamenti nei rapporti sociali, le divergenze insanabili tra i diversi membri della famiglia.

Anche il cotonificio Crespi non sopravvive al suo fondatore Cristoforo, e al suo primo figlio, il Silvio del romanza. Sopravvive il villaggio sulle rive dell’Adda, come testimonianza di un tempo che forse adesso ci sembra migliore del nostro ma che non penso lo fosse, e soprattutto come prova di quanto noi umani, se vogliamo, se ci crediamo, se insistiamo, se siamo tenaci e pazienti, possiamo costruire. A me sembra una cosa bella. Buona lettura! – Anna Da Re

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