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Recensione: Douglas Stuart, Il giovane Mungo

Rinchiusi nella Dublino violenta, machista e che puzza di alcol e sangue dell’era post-Thatcher, essere giovani richiede una dose di tenerezza inaudita. Recensione del libro "Il giovane Mungo" (Mondadori, 2022), nuova strabiliante prova del talento di Douglas Stuart dove due adolescenti alle porte della vita degli adulti, separati a forza dalle fazioni e dagli scontri mortiferi della città irlandese, trovano rifugio ognuno nelle braccia dell’altro. Tra omofobia atavica e sanguinose scene di orrore, un romanzo di formazione indorato dalla pura grazia della narrazione.

Devono esserci delle immagini, delle dettagliate istantanee di specifici vicoli e cieli all’orizzonte impiantate saldamente nell’immaginario di Douglas Stuart, e di certo c’è anche un’urgenza ben precisa. Perché dopo le vicende raccontate in Storia di Shuggie Bain, suo romanzo d’esordio col quale si è aggiudicato il Booker Prize del 2020, l’autore scozzese resta nella sua Glasgow e fra identiche coordinate fisiche e sentimentali anche nelle pagine del suo nuovo Il giovane Mungo, pubblicato da Mondadori nella traduzione di Carlo Prosperi. Ed è nuovamente una dura e poetica storia di crescita e scoperta di sé costruita attorno a un ragazzino e al suo ambiente tremendamente difficile.

Una madre e tre ragazzini

La più grande citta della Scozia, negli anni novanta, ha tutte le tonalità di una classica ambientazione dickensiana. E la famiglia del protagonista, bislaccamente chiamato Mungo proprio come il santo protettore di Glasgow, ne riassume a fondo le caratteristiche.

C’è una madre alcolizzata come lo sono tutti i precari e disoccupati dell’era post-Thatcher, che fra i fumi dell’alcol e quando il nuovo compagno di turno non la tiene lontana da casa si trasforma in un essere anaffettivo, claudicante e violento.

C’è Jodie, la sorella, una giovane donna che si ritrova allo stadio precedente del percorso di degradamento rispetto alla madre e che inizia già a sentir vacillare le promesse di un cambiamento radicale di vita e a subire sul proprio corpo i duri diktat del sistema machista.

E infine c’è Hamish, il fratello maggiore, un capobanda da favelas, vandalo e bullo, che incarna coi suoi raid di periferia la frattura ingiustificata fra cattolici e protestanti del quartiere.

Non ci si può certo chiedere cosa ci faccia il quindicenne Mungo in questo contesto; che domanda stupida, lui è lì e basta! Ma non sa lanciare mattoni contro i poliziotti o immergere la lama di un coltellino a scatto dentro la pancia di un rivale, non si masturba sui giornaletti dei coetanei e non riesce a non amare la madre, anche quando ne porta sulla schiena i lividi causati delle botte. Rimane ingenuamente se stesso, col dolore che gli sale a ondate dal torace su fino al volto e gli disegna addosso la smorfia di un tic che lo smaschera costantemente agli occhi di tutti.

Un amore adolescenziale

In questa situazione è facile carpire cosa possa rappresentare per Mungo l’incontro con James, simile a lui ma legato all’altra sponda dello scisma religioso e territoriale. Chiuso a giocare in solitaria con uno stormo di piccioni, orfano di madre e con un padre che si fa ancora più assente con la sua lontananza e il suo silenzio, James sblocca finalmente in Mungo i suoi bisogni più elementari con la semplicità dei suoi movimenti, mostrandogli uno spazio intimo di cui entrambi hanno estremo bisogno e che sono chiamati a salvaguardare dalla sozzura esterna.

Ne viene fuori una storia d’amore adolescenziale, fatta di minuscole scoperte tattili fra una peluria non ancora matura e baci dati più coi denti che con le labbra. Ma questi incontri furtivi sono il punto di partenza di una serie smisurata e inaspettata di violenze, che inchiodano Mungo e lo mettono faccia a faccia, nelle battute finali della storia narrata, alle nefandezze più cruente e sanguinarie che si possano immaginare.

Crescita e violenza

Se Il giovane Mungo è evidentemente un romanzo di formazione, classico anche nella sua costante messa in luce di gesti e moti dell’animo, lo è in maniera molto complessa, perché il protagonista sembra dover apprendere come stare al mondo in tempi diversi e secondo un graduale aumento di difficoltà delle lezioni.

Le frasi delle bande di ragazzini o i sempreverdi nomignoli che i vicini di casa danno nel loro dialetto agli omosessuali fanno immediatamente capire a Mungo l’alterità delle sue emozioni e la necessità di tenerle nascoste; ma la ridda di orrori, quando scoppia, ha frequenze talmente alte che alla fine il ragazzino è costretto a dover prendere coscienza delle “lezioni ricevute dalle visite inattese della violenza” e a riconsiderare anche l’amata madre e la fondamentale sorella attraverso questo nuovo filtro.

Un ennesimo romanzo, necessario, a ricordarci quanto siano difficili quegli anni lì nella biografia di ciascuno, ma quanto lo siano ancora di più per tutti i frocetti della scuola, i finocchi del cortile o le femminucce del quartiere, per i quali la violenza, quando non assume i gonfiori nauseabondi raccontati in queste pagine, è crudele anche e soprattutto nel linguaggio non controllato e nelle aspettative di genitori e professori.

La grazia di raccontare

Fedele alla tradizione, nel suo corposo romanzo Douglas Stuart è abile nel calibrare ciò che accade dentro al giovane Mungo a ciò che gli vortica intorno, senza mai arrivare a orpelli eccessivi.

Con un’unica voce sa raccontare il naso rotto e la carezza attorno a un capezzolo senza forzare troppo il tono in nessuno dei due casi, e lascia il lettore attonito nel constatare come la più bieca violenza sessuale possa accadere fra gli sterminati paesaggi scozzesi, sotto un cielo enormemente illimitato e accanto a ruscelli semighiacciati.

Stuart possiede, in definitiva, la grazia di chi ha trovato (e usa con estrema facilità) il ritmo adatto a quell’età e quella realtà storico-sociale che schiacciano il protagonista rendendocelo subito assai caro; amare il romanzo ed entrarci di testa è un moto quasi spontaneo per il lettore. – Lamberto Santuccio

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