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Recensione: Charles Dickens, David Copperfield

Charles Dickens è uno dei pochi scrittori che sanno descrivere le emozioni dell’infanzia e la sorpresa, la magia e il terrore del mondo quali li vedono gli occhi di un bambino. Anna Da Re legge e propone la recensione di una rilettura di David Copperfield.

Per una strana serie di combinazioni, un paio di settimane fa mi sono ritrovata a leggere/rileggere David Copperfield di Charles Dickens. Uno di quei libri che anche se non l’hai letto ti sembra di conoscerlo, su cui quasi tutti hanno l’opinione che sia un libro triste, che fa piangere e sconsolare.

Niente di più lontano dalla realtà.

O meglio qualche pianto ci sta, come ci sta nei grandi romanzi, da Madame Bovary a Guerra e pace.

Le coincidenze

Le coincidenze sono strane, non si sa mai se sono loro che ti vengono incontro o tu che le incroci perché il destino ti ci ha condotto. Come sia come non sia, il Pulitzer quest’anno è stato vinto da Barbara Kingsolver con un romanzo intitolato Demon Copperhead. La motivazione del premio, vinto ex equo con Trust di Hernan Diaz, è che sono romanzi che raccontano e analizzano il tema della disuguaglianza economica e sociale, della sua ingiustizia, della sua portata devastante e della necessità di chiamare all’azione.

Ogni riferimento a David Copperfield è quindi cercato e voluto. L’autrice stessa, in un’intervista a The Guardian, ha detto di essersi immersa nella rilettura di Dickens per poi raccontare una storia contemporanea, che di Dickens riprende soprattutto l’empatia, la comprensione, lo sguardo gentile verso gli ultimi, gli sfortunati, quelli che non ce la fanno e che le nostre società, in modo ancora più netto la società americana, condannano senza appello. Come d’altro canto faceva la società inglese dei tempi di Dickens.

E poi c’è Zadie Smith, di cui fra poco uscirà per Mondadori L’impostore. Che non è un libro dickensiano, ma è un romanzo storico, e come giustamente dice l’autrice, un romanzo storico inglese non può prescindere da Dickens. Di questo vi parlerò a suo tempo.

“Era arrivata la signorina Murdstone, donna di lugubre aspetto: era scura, come suo fratello, al quale assomigliava molto nel viso e nella voce; aveva sopracciglia fittissime che quasi si riunivano sotto il grosso naso come se, non potendo per colpa del suo sesso avere i favoriti, si fosse vendicata in quel modo. Recava con sé due bauli duri, rigidi, con le iniziali impresse sul coperchio in duri chiodi di ottone. Quando pagò il vetturino, estrasse il denaro da un duro portamonete d’acciaio, e teneva quel portamonete al sicuro in una borsetta appesa al braccio grazie a una pesante catena, che sembrava una prigione e si chiudeva come una tagliola. Insomma, non avevo mai visto sino allora una donna più metallica della signorina Murdstone.”

Quando si legge a scuola

Molti hanno letto David Copperfield a scuola, e quando ci pensano secondo me si sentono come mi sento io quando penso ai Promessi sposi: un libro letto per forza, fuori dal tempo, pesante, lungo; un libro di cui si faceva il riassunto capitolo per capitolo, rendendolo frammentario e slegato; un libro che non si ha nessuna voglia di riprendere in mano. Ma io sono stata fortunata perché a scuola ho fatto francese e David Copperfield era lettura di chi studiava inglese.

Quindi me lo sono letto per conto mio.

Ma ripensandoci oggi l’avevo letto come leggevo da ragazza: impulsivamente e con avidità, cercando di accumulare più letture, più conoscenze, più scoperte, più di tutto e più in fretta che potevo. Mi sembrava di non avere tempo, e che la vita procedesse con una lentezza esasperante.

Quando si legge in vacanza

Ora invece ho letto David Copperfield in alcuni giorni passati a Prim’Alpe, dove Legambiente (di cui sono un’appassionata volontaria) ha un presidio e un centro di educazione ambientale. Ero lì a custodire il luogo, aprire e chiudere il museo etnografico, vendere il miele, dare informazioni, e a sera pulire il grande prato antistante di quel che i turisti non riescono a evitare di lasciare in giro. E avevo tempo.

Un tempo come quello che avevo nelle estati della scuola e dell’università. Un tempo solo mio, in cui smettere di leggere era solo una pausa per sgranchirsi le gambe e per mordere una pesca. Ma per il resto ero così immersa nella lettura da non accorgermi che il sole era girato e che l’ombra del grande tiglio che domina la casa della foresteria era passata dall’altra parte e stava scomparendo.

“In una scuola diretta con simile crudeltà – sia o non sia il direttore un autentico imbecille – non è probabile che si possa imparare molto. Credo che i miei compagni fosse ignoranti quanto è possibile esserlo: erano troppo spaventanti, troppo percossi; e non potevano trarne profitto, come non è possibile farlo in una vita di dolori, di tormenti, di preoccupazioni continue.”

Il romanzo

l romanzo è splendido. È un romanzo di avventura, appassionante e pieno di colpi di scena. È un romanzo sociale, di denuncia, che da un lato dà voce (e che voce) ai poveri, agli sfortunati, ai derelitti e anche ai farabutti, e dall’altro critica puntigliosamente e dettagliatamente la nobiltà inglese, i ricchi vecchi e nuovi e il loro disprezzo per chi è povero. È un romanzo sull’educazione, di critica feroce ai suoi tempi, quando la punizione era considerata parte integrante dell’insegnamento; ma applicabile anche all’oggi, perché se sono scomparse per fortuna le pene corporali l’insegnamento resta prigioniero dell’idea che la punizione, l’umiliazione, la sconfitta siano necessari per condurre una classa e disciplilnare degli studenti.

Giustamente è considerato un romanzo che tiene insieme scrittura e intrattenimento, intreccio ed etica, suspence e romanticismo, riflessione ed emozione. Un romanzo che davvero possono leggere tutti indistintamente. Ha pure un lieto fine, che smentisce la tristezza di cui resta avvolto nell’immaginazione collettiva.

Certo è lungo. Nella traduzione italiana supera di parecchio le 1.000 pagine. Quelli a cui piace leggere sanno che se è un libro è bello e cattura, non c’è limite al numero di pagine che si possono e vogliono leggere. Io personalmente alla fine del romanzo ero dispiaciuta e sarei andata avanti, per altre 1.000 pagine senza problemi anzi… ma lo sapete che sono una a cui i libri più sono lunghi e più mi confortano.

“Ero veramente spaventato al solo pensiero di questo terribile signor Jorkins! Venni poi a scoprire che era un uomo di carattere mite e tranquillo, il cui compito, negli affari della ditta, era quello di rimanere dietro le quinte e di essere citato continuamente come il più duro e il più intrattabile degli uomini. Se un impiegato chiedeva un aumento di stipendio, il signor Jorkins non voleva sentirne parlare: se un cliente tardava a pagare la parcella, il signor Jorkins non poteva concedere alcuna dilazione; e per quanto penose simili cose potessero essere (e lo erano sempre) per l’anima generosa del signor Spenlow, la volontà del signor Jorkins doveva essere rispettata. Il cuore e la mano dell’angelo buono Spenlow sarebbero stati sempre aperti, ma c’era quel cupido demone di Jorkins! Con il trascorrete degli anni potei osservare che molte imprese funzionano secondo il principio Spenlow & Jorkins.”

Quello che resta

Tuttavia quello che mi resta, di questa lettura incantevole e incantata, è proprio la verità del racconto, e il coraggio che senza dubbio ci voleva duecento anni fa per mostrare la crudeltà dei ricchi, l’ingiustizia della società, la stupidità della scuola e una serie di “luoghi comuni” che oggi ci farebbero accapponare la pelle.

Che i poveri sono poveri per loro colpa, per incapacità o peggio per pigrizia e infingardaggine. Che i giovani devono essere maltrattati, picchiati e umiliati perché imparino qualcosa.

Che le donne sono deboli e incapaci e vadano guidate, con le buone o con le cattive. Non che oggi a poveri, giovani e donne le cose vadano molto meglio, ma se non altro non si fa una teoria dei loro limiti intrinseci.

In ogni caso ecco perché certi libri diventano classici. Leggere per credere. – Anna Da Re

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