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Recensione: Katja Oskamp, Marzahn mon amour

Stanze del pensiero, confessionali, accoglienti celle da interrogatorio volontario, camere dell’anima e spazi franchi tutti profumi e lozioni dove travasare i crucci o le soddisfazioni dal cervello giù fino alla lingua; spesso, ma si dovrebbe dire sempre, le sale di barbieri, parrucchieri e centri estetici si trasformano in questo.

Senza l’imbarazzante intromissione della visita medica con tutte le sue gravose intermittenze, per il cliente quelle quattro pareti mutano in ampi sgabuzzini impermeabili all’esterno e, ancor meglio che sui freddi inginocchiatoi ai lati degli altari delle chiese – non foss’altro che per l’assenza delle doverose preghiere da assoluzione – o sui lettini della psicologa, poltrone ruotanti e barelline da epilazione sono il miglior supporto dove accomodarsi a raccontare di decisamente tutto.

Ho letto, ma non ricordo più in quale libro, che non so precisamente quale delle obbrobriose dittature centramericane (o un orrore simile da qualche altra parte del globo, non ricordo affatto bene) aveva ricavato preziosissime informazioni proprio dalle cimici impiantate nei saloni da coiffeur, a testimoniare come anche i partigiani più attenti perdano sbadatamente la spessa armatura di segretezza di fronte all’incantesimo di barba e parrucco.

Ed è proprio in una sala da pedicure che si incasellano le storie raccontate in Marzahn, mon amour, il libro di Katja Oskamp portato in Italia da L’Orma nella traduzione di Rachele Salerno, fresco di vittoria del prestigiosissimo Dublin Literary Award 2023.

Esperienze lavorative: scrittrice e pedicure

Esattamente come l’autrice, anche la voce narrante si ritrova, al centro esatto della sua esistenza, impantanata in un periodo d’irrespirabile bonaccia. La crisi degli anni di mezzo, piatti come un lago senza increspature. Le prime cinque pagine, che da sole valgono tutto lo splendore del volume, esprimono dettagliatamente questa situazione con una scelta lessicale praticamente perfetta: confusi – annaspi – fiaccata – scialba – amarezza – nauseata – intoppo – arenata – anonime – disgusto.

Ed è dopo il rifiuto da parte delle case editrici del suo nuovo testo, una craniata su un muro che a quarantaquattro anni risulta forse più cocente di una risposta negativa al proprio romanzo d’esordio, che la narratrice decide di frequentare un corso di formazione e viene assunta, dopo il superamento dell’esame, in un centro per pedicure. “Da scrittrice a pedicure: un tonfo clamoroso”. Imparare tutto un nuovo lessico medico e raggiungere la giusta manualità con lime e tronchesine sostituiscono la correzione bozze, ragadi e calli e funghi della pianta del piede prendono il posto del giusto dosaggio di aggettivi qualificativi nei paragrafi.

Ma dietro questo capitombolo si svela un’inattesa sorpresa: gli anni di cure spesi nel centro hanno come risultato non soltanto “circa tremilaottocento piedi, diciannovemila dita” curati, ma soprattutto decine di storie ascoltate durante le ore di trattamento.

“All’inizio del 2015 sei tornata a Marzahn per un trattamento completo e hai detto a Tiffy del romanzo breve che ti hanno rifiutato, di tua figlia che si è trasferita in Inghilterra per un anno, delle terapie per il cancro che allungavano la vita di tuo marito ma avevano messo in crisi la vostra coppia. Tiffy non ha sbagliato niente: ha ascoltato, non ha quasi parlato, ti ha asciata sfogare. […] Le stavi guardando i piedi attraverso il foro quando Tiffy ha detto: «Vieni a lavorare da me come pedicure».”

Sua maestà parla

L’ambulatorio a Marzahn, quartiere residenziale berlinese caratterizzato dai tipici palazzoni stile DDR, viene frequentato da una vasta gamma di clienti, alcuni assai fedeli e costanti, la cui età solitamente si impenna verso gli over settantacinque. La voce narrante li accoglie, li prende a braccetto per supportare la traballante deambulazione e li accompagna nella sala del trattamento.

Ed è in questo momento che scoppia la trasformazione: il comodo sedile diventa un trono, il paziente un sovrano e la posizione da pedicure un evidente inchino di fedeltà. E mentre si asportano cuticole e si massaggiano alluci, fra imbarazzi e l’immancabile risata da solletico, il cliente racconta la propria esistenza, aggiornando di volta in volta l’iter di questa situazione o la conclusione di quell’altro indesiderato imprevisto.

Chi sta giù a trattare i talloni con creme emollienti non può che ascoltare, rapita. Marzahn, mon amour è la raccolta di oltre una dozzina di queste storie, tenerissime e profonde, ridotte all’essenziale ma con la completezza che si ottiene lungo le puntate dei vari appuntamenti fissati ogni due o tre settimane. Storie di malattie e solitudini dettate dall’età avanzata, ma anche di memorie e tentativi di opporsi ai cambiamenti dei decenni che scorrono. E mentre le parole si mescolano a una visione attenta di piedi e volti, nascono simpatie e antipatie, affetti e complicità – spesso troncati di botto da ricoveri e decessi.

“Ogni volta che ridevo per una delle sue frasi tanto schiette, un velo di emozione gli illuminava il viso, un misto di incredulità, orgoglio e pudore. Non era più abituato che qualcuno reagisse alle sue parole. In quegli istanti riaffiorava il ricordo dell’uomo giovane e forte che doveva essere stato un tempo. Un uomo capace di flirtare con le donne. E avrebbe ancora saputo come muoversi. Aveva un’ottima memoria.”

Nello spazio di un’unghia

Quando gli ottuagenari pazienti ritornano indietro alla loro giovinezza ed età adulta, il baricentro della narrazione si sposta inevitabilmente alla Germania divisa in due dal muro e al successivo crollo di quest’ultimo.

Dentro i plattenbau di Marzahn abitano vecchi funzionari della DDR oramai in pensione, ex addette di fabbriche, accompagnatori delle squadre olimpiche all’epoca dei boicottaggi delle due superpotenze mondiali ma anche i reduci dai grandi spostamenti di masse che segnarono la geopolitica europea al tempo del secondo conflitto mondiale.

Il collage delle storie ha anche la funzione di perfezionare un affresco storico di un quartiere che, fra gentrificazione e trasformazioni, accoglie in contemporanea strati differenti della grande Storia, inclusi gli individui che tutt’oggi continuano nel non riuscire a integrarsi.

Ma questa è soltanto una nota aggiuntiva; la brillantezza di queste pagine sta tutta nella traduzione dell’intimità dei racconti, riportati con un linguaggio equilibratissimo – quello reale della concreta condivisione dei vissuti.

Il lettore si sente effettivamente a metà strada fra i due sguardi che si incrociano dall’alto e dal basso della poltrona regolabile, stupendosi dei ghirigori delle biografie e scoprendo come “a volte, forse, la bellezza del mondo è racchiusa nel breve spazio di un’unghia”. – Lamberto Santuccio

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