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Recensione: Assaf Inbari, Il carro armato

Ci sono monumenti divisivi, di fronte ai quali le zone ombrose della Storia non vengono sciolte in maniera lineare, anzi proprio il contrario. Lamberto Santucci propone la recensione del libro "Il carro armato" di Assaf Inbari, al cui centro si staglia la carcassa di un tank arrugginito dall’irrespirabile successione di conflitti, a partire dal 1948. Chi lo ha fermato, piccolo Davide contro il Golia di ferro? Sono in cinque ad autoproclamarsi eroi e, risalendo indietro lungo le loro esistenze, si costruiscono pezzo dopo pezzo i più duri decenni del Medioriente, indagando sulle responsabilità del racconto in prima persona.

Monumenti e cerimonie posso spesso risultare divisivi. Certo, ci si stupisce come ancora oggi alcuni riescano a trovare la faccia tosta nel mettere in discussione determinati cardini del passato – ma questa è tutta un’altra storia. Non si tratta in fondo di dover sempre puntare il dito sul negazionista di turno, né di sottolineare immense distorsioni da gioco degli specchi al luna park; la verità è che un monumento simboleggia e allo stesso tempo racconta, o ancor meglio fa raccontare, produce storie e quest’ultime possono spesso coabitare tranquillamente, spesso entrare in sintonia nel perfezionare l’affresco storico oppure, a volte, finiscono con l’entrare in conflitto. Proprio al crocicchio di alcune contrastanti versioni su fatti realmente accaduti si costruisce Il carro armato, il romanzo dello scrittore israeliano Assaf Inbari portato in Italia da Giuntina nella traduzione di Alessandra Shomroni.

Chi ha fermato il carro?

Durante la Guerra di Indipendenza nel 1948, un convoglio siriano riesce a raggiungere le porte di Degania Alef, un kibbutzal nord dello Stato di Israele. I cingoli dei mezzi pesanti si stanno sempre più avvicinando al centro abitato rimasto solo di fronte al proprio destino, lasciando pesanti strisciate sul terreno impervio, quando improvvisamente accade l’impensato: la detonazione di alcuni esplosivi, forse causata da molotov, o magari da un PIAT, una di quelle armi usate in conflitti precedenti e che, mezze obsolete, riescono a raggiungere sempre un nuovo fronte di guerra; fatto sta che alla fine della confusionaria bagarre l’avanzata siriana si blocca. Il carro armato che la guidava, e che è stato colpito mortalmente, rimane immobile in quel preciso punto, e lì evolve fino a tramutarsi presto in vessillo, in simbolo. Negli anni diventa meta richiestissima per folle di curiosi, eroi di guerra giunti lì in pellegrinaggio e scolaresche, che gli si radunano tutto attorno avidi di ricordi e insegnamenti. Ma chi ha effettivamente, fra il caos e le poche luci del crepuscolo, fermato quel carro armato? Sono in cinque a sostenerlo, cinque uomini (al tempo degli eventi abbastanza giovani) che trascorrono la loro esistenza raccontandone il punto cardine, il momento epico; e lo fanno in famiglia, anzitutto e sempre, ma anche in occasioni speciali, poi su resoconti di guerra, su libri e ai giornalisti. Difficile dunque capire a chi spetti l’agognata e unica nomea di eroe.

Borka le aveva comunque raccontato l’episodio del carro armato. Supponendo che una ragazza nata all’estero provasse ammirazione per gli autoctoni, glielo aveva descritto come un’epopea israeliana: quella di un uomo che era stato un guerriero fin dall’infanzia e già a dieci anni cavalcava armato per difendere una fattoria isolata circondata da villaggi arabi. Quando aveva però capito che Nechama cercava più che altro un ragazzo con la testa sulle spalle, aveva trasformato quella vicenda in un’epopea ebraica: quella di un astuto lituano che aveva teso un tranello a un siriano.

Brusio di voci e armi

Dipanandosi lungo le cinque esistenze, il romanzo di Assaf Inbari (esattamente come il precedente, Verso casa, edito sempre da Giuntina) si allarga a un testo corale e polifonico, un vero spaccato della storia di Israele. I giovani combattenti della Guerra di Indipendenza, infatti, hanno vissuto appieno gli orrori contemporanei al secondo conflitto mondiale e, d’altra parte, attraversano tutta la storia del loro nuovo stato e delle molte guerre, che si sono susseguite sul suo territorio. Così il mosaico si allarga dai campi di concentramento fino ai movimenti geopolitici della seconda metà del Novecento, passando dall’Europa centrale fino al cuore del continente africano. E nessun personaggio secondario (ovvero nessuno di quelli e quelle che non si ergono al ruolo di eroe del carro) restano muti; decine di volti e storie si intrecciano e aprono, in un brusio assai interessante. Ciò che più colpisce sono proprio le piaghe dei conflitti, però, che sembrano non riuscire a placarsi. Come nel caso della primissima storia, quella di David Zrachia – autoproclamatosi come colui che aveva fermato il carro armato, oramai cinquantenne, esonerato dai servizi militari e col cuore che continua a pompare grazie a una pastiglia da prendere quotidianamente. David Zrachia ripiomba dopo decenni in un nuovo fronte di guerra che, stavolta, minaccia la vita del figlio. E nelle orecchie gli risuona il rimprovero della moglie. Infatti, se il loro primogenito sta rischiando la pelle, non è forse colpa dei racconti del padre sul carro armato che gli hanno infestato la testa fin dall’infanzia? 

Per sei mesi Ghiora non aveva toccato la chitarra eppure, quando si era seduto sul carro con le dita martoriate dall’addestramento, era riuscito a produrre accordi che non avrebbero fatto sfigurare nessun gruppo musicale. Ma la visita al carro armato aveva cambiato qualcosa in lui. Pochi giorni dopo, al termine della licenza, aveva rinunciato ad unirsi al gruppo musicale della sua ragazza e aveva chiesto di rimanere nelle Brigate Golani. Era rimasto ucciso durante la seconda settimana della guerra, in una delle battaglie contro i siriani sulle alture del Golan.

La responsabilità del racconto

In uno stato di conflitto perenne, in cui il simbolo del carro armato brilla più che mai, mi sembra che le storie disegnate nel romanzo siano un richiamo alla responsabilità del racconto più che alla sua veridicità. Grossomodo a metà del libro, i dubbi assalgono momentaneamente Anshel (un altro dei presunti eroi) circa la sua impresa e fra le riflessioni che minano la sua sicurezza mormora: “Ognuno vede solo se stesso, è prigioniero della propria storia”. Eppure i cinque individui non sono dei megalomani totalmente privi di rotelle, i loro resoconti di quella notte non trasudano deformazioni immense, non brillano di aggiunte cavalleresche che potrebbero tramutarli in parodie di se stessi. Sono invece attraversati da ideali che andrebbero manovrati con le pinze, specie quando, di fronte alla carcassa del mostro da battaglia, rischiano di innestarli pericolosamente in chi li ascolta. La verità, invece, tentenna sempre – come annuncia subito l’esergo, che recita “Nel secondo libro di Samuele (21, 19) Golia fu ucciso da un uomo di nome Elchann”. Che ne è stato di Davide, il coraggioso piccoletto che ha saputo sconfiggere il gigante? E anche Elchann, o meglio un suo omonimo, spunta alla fine del romanzo a Degania Alef, dando al lettore l’illusione che alla fine la verità verrà a galla. – Lamberto Santuccio

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