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Recensione: Antonio Schiena, Chiodi

Chiodi, di Antonio Schiena, edito da Fazi Editore, è una favola oscura sulla riflessione, un sorprendente romanzo di formazione al contrario che sfida le convenzioni delle favole tradizionali per offrire una storia pregna di significato e di riflessioni sulla difficoltà di accettare se stessi e sulla necessità di imparare dai propri errori. La recensione del libro è di Dennis Canal.

A detta di molti, tra i luoghi più rilassanti del mondo ci sono i cimiteri. Ci avete mai pensato? Entrare in un cimitero è un po’ come entrare negli abissi e abitare per un po’ l’immensità. Nei cimiteri si parla una lingua che non conosce nessuno e i suoi richiami, le sue storie, sono brevi e intensi.

Ancora, c’è un’altra cosa: i cimiteri sono tra i luoghi più solitari del mondo. Ci avete mai pensato? Se sei in un cimitero, nessuno può risponderti, perché nessuno ti capisce. Si è soli in quel modo in cui si vive l’incomprensione, l’isolamento. Quando tutto il mondo continua ad esistere, ma tu resti chiuso in un piccolo spazio buio che non ha vie d’uscita. E parli, ci provi. Vorresti anche urlare. Ma nessuno sente le tue parole, la tua rabbia, la profondità della tua tristezza. Della tua solitudine. Nessuno.

Perché la solitudine fa così, ti tiene sempre sveglio, ti consuma, ti uccide.

E allora, come gestiamo la solitudine? Come possono le nostre azioni influenzare il nostro presente? E il nostro futuro? Puó il nostro passato segnarci al punto da non riuscire piú ad avere un’opportunità per redimerci? E come capiamo, invece, che i nostri demoni sono stati addomesticati?

Quando ci si può dire soli?

Antonio Schiena con Chiodi (Fazi Editore) ci trascina in un mondo dove luce e oscurità si mescolano in maniera rara, in una sostanza unica che si riduce alla sua essenza per introducendoci alle solitudini dei due protagonisti: Marco Torre, un ragazzino di 12 anni, e il Custode del Bello, il cimitero del paese in cui vive Marco. Il primo subisce quotidianamente la solitudine dei suoi compagni di classe. Il secondo, invece, quotidianamente, la sceglie. A causa della sua condizione, Marco cova dentro di sé una rabbia crescente che sfoga su un Pinocchio di legno. Il custode, vittima della sua scelta, è incapace di vedere la bellezza nel mondo e in sé stesso.

Le solitudini dei due protagonisti si scontreranno fatalmente in un vortice di segreti oscuri, paure, rinascite.

“Vuole cancellare, dimenticare, ma sa che certe cose possono nascondersi ma non sparire, e fingere che non esistano non basta. L’unica via d’uscita e coprirle così tanto da renderle, nella nuova mischia, insignificanti.”

La Leggenda dell’Avvinto

Pur di non essere più escluso dal gruppo, Marco decide di sottoporsi al tradizionale rito di passaggio che spetta a tutti i ragazzini del posto: entrare di notte nel cimitero e sfidare la morte. Ma nulla va come previsto e il macabro gioco ideato dai bulli della classe dà il via ad uno spaventoso viaggio dentro i due protagonisti, in un crescendo continuo che sfocia in un finale inaspettato.

La storia si sviluppa attraverso l’alternanza del punto di vista dei due protagonisti. Così seguiamo e supportiamo Marco che si prepara a sfidare la morte, l’Avvinto. E ascoltiamo il Custode che ne ha abbastanza di essere disturbato durante la notte. Quando le loro solitudini si scontrano, non si può tornare più tornare indietro. Ed è qui che Marco e il Custode diventano archetipi di aspetti diversi dell’umanità.

Schiena utilizza questi personaggi per esplorare le varie sfaccettature della sfera umana, mettendo in luce debolezze, egoismi e paure che spesso ci impediscono di guardare dentro e intorno noi stessi in maniera pura e lucida, o che ci convincono a non farlo perchè in fondo se siamo soli non può accaderci niente. Il tema dell’autostima e dell’accettazione di sé è affrontato con maestria da Schiena, offrendo una riflessione profonda e potente sulla lotta interiore per accettarsi.

“Mamma, secondo te io sono come tutti gli altri?” Lei si avvicina posandogli una mano aperta sulla guancia. “Spero proprio di no, tesoro”. Marco ha ancora tutte le domande e i dubbi in testa, vuole accennare allo scambio di battute avuto per la prima volta con Sara, vuole confessare la delusione per il comportamento di Leo, ma non serve più andare avanti. Lui non è come tutti gli altri. Non può aspettarsi niente da chi, come sua madre, crede che sia una buona cosa.”

Lo stile di scrittura dell’autore è affascinante e coinvolgente. Le descrizioni evocative fanno immergere completamente nella trama, mentre il dialogo è affilato e pieno di significato. Il ritmo è ben calibrato, mantenendo l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine.

Speranza

L’oscurità della favola emerge dal fatto che l’autore non teme di scavare dentro se stesso e affrontare il lato più brutto che ognuno di noi cova e addomestica quotidianamente. Nonostante ciò, non siamo sopraffatti dalla negatività, anzi. La lettura ci lascia con una sensazione di speranza e di possibilità di cambiamento. Questa è una delle forze principali del romanzo: la possibilità di crescere, di imparare, di redimerci, di stare bene.

A dimostrazione che la stasi, fisica ed emotiva, non è un antidoto sempre valido contro la paura.

“Avevo la tua età, e ancora non lo sapevo”
“Cosa non sapevate?”
“Che si supera tutto”.

In conclusione, Chiodi è un romanzo di formazione insolito e potente che con lucidità e padronanza uniche delinea i tratti tipici dell’adolescenza senza risparmiare anche gli aspetti più cupi e drammatici, dalla solitudine al bullismo.

Lo consiglio vivamente a chi non paura di interrogare e addomesticare i propri demoni interiori, a chi ha capito come accettarsi (o ci sta lavorando), a chi vuole imparare dai propri errori, anche i più gravi, per andare avanti e stare, finalmente, bene. – Dennis Canal

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