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Recensione: Edmund White, La vita di prima

Recensione del libro La vita di prima dello scrittore Edmund White (a cura di Lamberto Santuccio), fra i più intimi e coraggiosi di tutta la sua produzione. Ché dopo l’espediente della prima parte, dove una coppia eterosessuale di un prossimo futuro decide di scambiarsi in piena sincerità i ricordi erotici della loro vita, improvvisamente Ruggero si lascia andare al racconto della sua relazione con un certo… Edmund White! Il romanziere parla di sé stesso con una schiettezza disarmante, fra corpi in decadimento e passione travolgente, senza sconti né veli d’imbarazzo. Ma sempre sotto l’ombra di una vellutata tenerezza.

Quando guardo nel profondo dei tuoi occhi spesso mi chiedo che tipo di ricordi popolano quella tua meravigliosa testolina e in che modo io mi ci infili dentro, si legge a dieci pagine dalla fine. Pensiero esploso in tutte le teste degli innamorati, senza che poi in troppi si riesca a completare in maniera logica e sincera la frase con la concreta ammissione del desiderio: raccontami, allora! su, raccontami tutto! sviscerami il tuo passato e non escludere né dimenticare nulla!

Non si ha il coraggio di chiederlo alla persona amata per svariati motivi, si sa che è un gesto evidentemente masochista e soprattutto che la richiesta potrebbe facilmente ruotare di centottanta gradi e ritornare indietro, più appuntita che mai, al mittente. Nel suo ultimo romanzo La vita di prima. L’ennesimo romanzo postumo, edito nel 2022 da Playground nella traduzione di Martino Adani, lo scrittore statunitense Edmund White parte invece proprio da questo desiderio espresso ed esaudito, e storce al massimo l’atroce potenziale dell’intento tuffandosi a capofitto dentro il suo testo.

Memorie in edizione unica

La cornice di tutto il romanzo è piazzata tra poco più di vent’anni rispetto al nostro tempo, nel 2050, e ruota attorno a una coppia molto eterogenea. Lei si chiama Constance, è giovane e porta sulla pelle una tinta quasi invisibile delle sue origini africane, forse sogna la maternità ma di certo teme l’abbandono, è protettiva e remissiva, in realtà anche abbastanza silente e capace di celare bisogni e reali sentimenti.

Lui, al pari del suo nome Ruggero, è pomposo e da porre esclusivamente in uno degli estremi (la fascinazione più grande o l’antipatia più inscalfibile), tronfio coi suoi oltre sette decenni fatti di nobiltà siciliana, studi prestigiosi, viaggi, successi, concerti, pubblicazioni e premi in tutti i campi dello scibile umano, principalmente la musica barocca e il clavicembalo.

Si sono conosciuti da non molto e si amano parecchio, ma del loro passato soprattutto sessuale, pur non nascondendo troppo, non si sono mai raccontati i dettagli. Così, approfittando di un incidente sciistico che ha obbligato Ruggero all’immobilità e Constance a prendersene cura, rinchiusi in una baita sulle montagne, decidono di comporre in contemporanea ognuno un resoconto della propria esistenza e di leggerlo poi a voce alta, alternandosi nei ruoli di chi racconta e di chi ascolta; “le nostre memorie”, così vengono chiamate, “un esemplare in edizione unica, destinato ai nostri soli occhi”.

Il sesso come motore di narrazione

Viene fuori quella grande verità che l’ottima letteratura erotica, quella che rifiuta gli orpelli e accetta le precise e puntuali parole (oscene?) e le descrizioni manifeste, ha sempre dimostrato: se si segue passo passo la vena delle esperienze sessuali, la narrazione e le storie personali scivolano via fluide, complesse, sfaccettate.

Possono annoiare, risultare bislacche, intorbidirsi, ma la centralità del sesso nell’esistenza ne fa un perfetto binario per raccontare. Ancora meglio se, come accade nelle pagine del romanzo, fra l’esposizione delle tresche e dei rapporti si incasellano anche i commenti. Mentre infatti uno dei membri della coppia racconta ora delle prime infatuazioni adolescenziali, ora della stagnante impasse a pochi mesi da uno dei precedenti matrimoni, l’altro si intromette e, parlando o semplicemente riflettendo fra sé, opera confronti, artiglia dubbi, sfodera paure e riconosce istinti animaleschi che la vecchiaia non sembra aver scalfito.

E sarebbe riduttivo limitare le riflessioni alle zozzerie raccontate; il rapporto fra Constance e Ruggero, entrambi bisessuali, facendo leva sulle ammissioni incrociate, sfocia anche in altro, soprattutto nell’identificazione da parte di lei fra l’avanzata età del suo uomo e la parola “fine”, declinata anche nella variante “morte”. Così, se in libri quali il capolavoro assoluto La sinfonia dell’addio White era riuscito a raccontarci di un’intera comunità, qui con lo stesso meccanismo tesse due individui in tutta la loro complessità, ipotizzando inoltre un futuro (prossimo, vicino) che pare di gran lunga più tollerante, o perlomeno più propenso all’ascolto intimo.

ll cuore del romanzo

Ma tutto questo è in realtà poca roba, se confrontato al vero cuore del romanzo. Mentre racconta, infatti, Ruggero arriva infine alla sua storia più tormentata, che Constance conosce bene, quella con lo scrittore americano Edmund White avvenuta al tempo del covid.

Le spiegazioni qui sono superflue, la verità si intuisce: sì, l’Edmund White personaggio è in realtà l’autore, di conseguenza Ruggero esiste (molto simili quello della finzione e quello reale, i giornali americani ne hanno anche spiattellato le generalità nelle recensioni) e le mail riportate nel romanzo sono state copiate e incollate direttamente dalla posta elettronica, diciamola così, degli individui in carne e ossa.

La verità si intuisce, accennavo, perché a immettersi in queste pagine si capisce quanto tutto ciò che le ha precedute fosse soltanto una scusa, che solamente adesso il romanzo si svela per quello che deve essere, mostrando le vere motivazioni del suo stesso esistere. Un inno, forse a tonalità luttuose ma non certo senza brio, che lo scrittore statunitense intona per un amore finito, un amore enorme che lo ha lasciato vuoto nel momento della sua conclusione. Talmente centrale da rimanere onnipresente fino alla chiusa del romanzo, quando le vicende di Constance e Ruggero vivono i conclusivi capitomboli.

Mettersi a nudo

Un mettersi a nudo da manuale. Non basta infatti il voler raccontare una propria storia – qui siamo al livello base, pare lo facciano un po’ tutti, con frequenze anche molto alte di sincerità. Non basta ritagliare interi pezzi di realtà e incastrarli perfettamente, senza trattenersi nelle capriole da kamasutra o nelle descrizioni di pianti inconsolabili.

C’è l’inversione fondamentale, e quantomai difficile da attuare, di rendersi personaggio raccontato dalla persona amata, ovvero arrivare sulla pagina filtrato doppiamente. Ma soprattutto, ed è qui l’acme del progetto, c’è una sincerità disarmante.

L’Edmund White raccontato da Edmund White è infatti, come nella realtà, vecchio, ciccione, impotente, decrepito, appestato, puzzolente, geloso, schiacciato, claudicante, fedifrago, passivo, sottomesso, malato, assoggettato, abbandonato, tradito a sua volta, rimbecillito da una fantasia erotica che lo vede amante aspirante mogliettina e soprattutto, con la proiezione nel futuro, è uno scrittore oramai dimenticato, ricordato soltanto da qualche checca di inizio secolo che decenni prima aveva letto due o tre dei suoi libri.

Una delle sue lettrici italiane più appassionate, Natalia Aspesi, lo definisce un “masochismo attivo” basato sull’umiliazione. Frutto dell’amore finito, del dolore dei postumi di una passione spenta contro la sua volontà? Possibile, ma di certo un masochismo ottenuto con una grande fede nel potere dell’inchiostro stampato. – Lamberto Santuccio

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