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Recensione: Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile

Donatella Di Pietrantonio con il nuovo romanzo, uscito sul finire del 2023 con Einaudi, continua a lavorare sui temi della famiglia, dell’amicizia, della vecchiaia, dei legami con i luoghi delle origini, trattandoli con la sua capacità di illuminare tutte le zone d’ombra dei percorsi interiori e delle fragilità emotive, dando spazio al vuoto e ai traumi. Vi propongono la recensione di questo nuovo libro.

Davanti a noi la montagna abruzzese. Il verde di una faggeta secolare, lo sguardo rivolto al Dente di Lupo feroce, da primavera a fine estate. Sono il luogo e la scansione temporale, poi dilatata, dell’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile (Einaudi, 2023). Un elogio della sopravvivenza dei legami affettivi, anche quando si spezzano, e della confidenza nella vulnerabilità, a qualsiasi altitudine anagrafica, nel far fronte al dolore e al male che il quotidiano nasconde.

Specie se a dargli vita è un duplice femminicidio realmente accaduto nella Maiella, che si trasforma in spettro, mai fugato, di orrore sconvolgente, tramandato da tre generazioni. Una ferita che giovani, adulti e anziani si portano dentro perché rivoltò il loro futuro. E se non è facile per nessuno dei personaggi cancellare quel danno, anche la natura instancabile ne reca traccia e da tren’anni porta a tutti iella. La bellezza dei monti non riguarda più nessuno degli abitanti di quel borgo e di coloro che l’hanno abbandonato, da quando una sera d’estate un ragazzo perdette il confine dell’umano e massacrò due giovanissime vite.

L’inconcepibile accadimento

Prima l’una delle due sorelle di Modena, in vacanza:

“L’ha trovata verso le due, a pochi passo da Pietra Rotonda. C’era qualcosa fuori posto tra la luce e il buio. Ha puntato la pila frontale: le gambe graffiate, sporche di terra. L’ha illuminata tutta. La testa era rivolta dall’altra parte verso la falesia. […] Nessun battito, la pelle fredda, rigida.”

Poi l’altra giovinetta:

“Di là, di là, ha gridato qualcuno. […] Addosso aveva la maglietta, tirata su fino al collo, poi nuda fino alle calze ripiegate sugli scarponi. Una fila di formiche le camminava tra i seni, attraversava la faccia in diagonale, si perdeva nei capelli. Qualcuna deviava per entrarle in bocca.”

Feriti ma vivi

Così, tra le rovine di un campeggio in alta quota, Di Pietrantonio dà vita a personaggi congelati per l’età o per le risorse. Trovano nel paese di montagna un punto di resistenza o di àncora. Lucia, fisioterapista, che non ha abbandonato quei luoghi e i due genitori anziani, cerca di tenere insieme i pezzi di una soggettività a rischio: quella di Amanda, sua figlia. Lucia ha un matrimonio in scadenza, il marito a Torino. Fu lui a rivenire, assieme ai carabinieri, i due cadaveri. C’è però in lei la volontà di tirare avanti, di resistere fino all’illusione, anche quando tutto sembra franare come genitore e come figlia, di alleggerire il peso dell’eredità che il padre, prima del tempo, le impone, affidandole il terreno boschivo su cui sorgeva il campeggio, segnato dal tragico evento.

“Ormai nessuna molecola di quel sangue è nella terra, alle radici delle piante. Sono passati quasi trent’anni. Tutto è evaporato, trasformato, scomposto. Anche la natura dimentica. Ricresce su tragedie e disastri.”

In realtà, nulla si cancella e certo, come vuole Lucrezio, tutto si trasforma. Anche le altre comparse indossano maschere che, a mano a mano che invecchiano, restano infestate dal ricordo di due giovani ragazze in villeggiatura, uccise su quei monti. A quell’epoca Lucia, la voce oggi narrante, era fortunosamente scampata alla morte e con lei un’amica. E commenta:

“Eravamo giovani, ma non invincibili. Eravamo fragili. Scoprivo da un momento all’altro che potevamo cadere, perderci, e persino morire”. 

Amanda

Il resto delle anomalie o delle fragilità appartengono alla giovane Amanda. Si è ritirata, non solo dall’università e da Milano ma vive chiusa, ora che è tornata tra i monti per l’emergenza dell’ultima pandemia, nella sua testa chiusa. Distratta e svogliata, sparisce nel letto, la testa spesso nascosta dal cuscino, nel rispetto della distanza che la madre asseconda. Lucia si rimprovera di averla lasciata troppo sola nella città, di non aver preso il treno per consolarla dopo un’aggressione per strapparle la borsa. Teme di non aver visto il danno più profondo, la fiducia nel mondo strappata insieme alla borsa.

Le conversazioni con gli amici sono quasi monosillabici, attraverso radi messaggi. Taciturna, solitaria, triste Amanda, sempre sarcastica ha frecce che la rendono più sadica che pungente. E’ rinchiusa in una fortezza, e lascia che la vita le cada alle spalle così come si getta un cappotto ingombrante, con un gesto di distacco. E Lucia riflette:

“La vita segreta dei figli. Sappiamo che esiste, ma non siamo mai pronti a toccarla. Restano per sempre angeli senza sesso nel chiuso delle loro teste. Indifferenziati, mai del tutto partoriti.”

Nel caos della convivenza e nello sforzo di governare le malinconie, le improvvise paure, le ossessioni che ritornano dal passato, come quella della tristezza che continua a intromettersi nelle vie di tutti e minaccia la disintegrazione, sarà la fragile Amanda ad azzerare il dramma.

Al Dente di Lupo

Come sono diversi i giovani, visti da lontano, specie Amanda.

“Ora ci dà lezioni con il suo tono saccente, mi colpisce, e mi piace. Manda segnali di vita, una vita segreta che scorre dentro di lei. La guardiamo che segue gli altri a passo svelto, poi ci guardiamo tra noi, io e mio padre.”

Salendo con le proprie gambe in prossimità del Dente di Lupo, Amanda alza striscioni di protesta contro la speculazione edilizia di chi vorrebbe trasformare in resort quel lembo di terra di famiglia, contaminato dai ricordi. E il suo sguardo ricade sulla terra e si protende sugli altri. Si presenta alla protesta e buca, con l’incontro, il buco della sua regressione. Organizza il nuovo piccolo mondo suo e di Lucia, dei nonni e del piccolo paese, di chi vi è ritornato, resterà o partirà. 

“Lo spiazzo si popola. Ci prepariamo a iniziare, il pubblico si accomoda per terra, c’è chi resta in piedi. […] Il coro di stasera è una sorpresa, rompe il silenzio degli anni. Cade nel cielo sopra il Dente del Lupo l’ultima stella d’estate.”

La voce

Donatella di Pietrantonio scrive in una lingua piana a costruzione paratattica, interrotta spesso sul finire da virgole che la sospendono, in corrispondenza dell’assottigliarsi della spiegazione prevedibile. E così, come in versi spezzati dall’inarcamento, il lettore sosta su alcune parole scelte, bucate, da cui fuoriescono domande continue.

Il gioco di interruzioni e rallentamenti, in stretto collegamento con la banda sonora del testo, include nel racconto le cose di cui i protagonisti faticano a parlare, mentre tengono lontano il facile giudizio e favoriscono nuove domande. Se la narrativa, come sosteneva Foster Wallace, ha il compito di farci entrare nelle cose, Donatella di Pietrantonio ha sfidato la cultura della contrapposizione irriducibile, dell’autodistruzione, in nome di un’adesione alla finitezza e alla fragilità di cui l’umano può giovarsi per arginare i suoi squilibri e arginare le sue disperazioni.

E che a risollevare lo sguardo dalle crudeltà della natura umana verso un nuovo orizzonte sia una giovane donna è una sorpresa che rompe silenzi e tacita le grida, di ieri e di oggi – Carlo Albarello


4 risposte

    1. Grazie per l’apprezzamento. È un romanzo dalla prosa pacata, la storia dell’incontro tra due generazioni. Ed è bello leggere come sia la più giovane, con la sua fragilità ma anche la sua inventiva, a trovare una soluzione felice. Il romanzo è stato candidato anche alla selezione del Premio Strega 2024.

  1. Recensione molto profonda, non comune e illuminante. Letteratura della critica che si aggiunge alla letteratura di questo romanzo. Grazie

    1. Spero che incoraggi la tua lettura. Amanda (nomen omen, direbbero i latini) è una giovane, i cui tratti ben ritraggono la nuova generazione. Eppure non è l’unica a manifestare fragilità emotive. Ben evidenti sono anche quelle degli adulti che con lei si relazionano e questo allontana dal lettore il facile giudizio. Resta invece aperta la possibilità di ritrovarsi nelle pieghe delle vite dell’uno e dell’altro. La scrittura è piana, senza increspature ma incisiva e non scontata.

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