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Recensione: Francesca Giannone, La portalettere

Un romanzo d'esordio che per tutto il 2023 è rimasto nelle classifiche dei primi 10 libri più letti. l libro di Francesca Giannone, “La portalettere”, prende avvio nel Salento degli anni ’30 e racconta una vicenda familiare lunga un ventennio: sentimenti contrastanti, segreti che possono salvare o distruggere legami, lotta per la parità di genere sono solo alcuni dei tanti temi che animano questo romanzo. La recensione è di Anna Da Re che non è rimasta, come molte lettrici, particolarmente affascinata dalla prosa e dalla vicenda, un po' troppo da feuilleton. Vita e morte, legami adulterini e amori negati, grandi slanci di generosità e cattiveria gratuita, passioni vissute a qualsiasi costo e altre represse per quieto vivere: nei quasi vent’anni (1934-1952) narrati nel romanzo accade di tutto, fino all’ultimo salto temporale nel 1961. Forse un po' troppo.

Pare che io sia un’appassionata di romanzi storici. Non mi sono mai percepita come tale, però pensandoci bene è vero che mi piacciono molto e che ne ho letti parecchi. Mi percepisco più come un’appassionata di romanzi, o più in generale di libri. Ma se il gestore di questo blog, tale Carlo Albarello, ha pensato che i romanzi storici mi piacessero, perché no, facciamoceli mandare e leggiamoli e commentiamoli.

E’ così che è arrivato con un bel pacchetto DHL (è arrivato naturalmente nell’unica mezz’ora in cui ero uscita, ma si sa che le leggi di Murphy sono leggi e dunque si avverano sempre) La portalettere, di Francesca Giannone, Edizioni Nord.

Leggere per scriverne

Non è uguale leggere un libro così, senza pensieri, e leggere un libro sapendo che ne devi scrivere. Beninteso è bellissimo, poter scrivere di libri, ma insomma vuol dire che uno mentre sta leggendo pensa a cosa pensa di quel libro. Faccio tutta questa premessa perché non posso scrivere, di La portalettere, che è un bellissimo libro e correte a comprarlo e poi a leggerlo. Nemmeno posso scrivere è un brutto libro evitatelo. È un libro che sorprende perché la seconda metà è decisamente più appassionante e convincente della prima. E sì, ci sono libri che ci mettono un po’ a decollare, ma questo ci mette davvero parecchio. Così che quasi quasi quando finisce dispiace.

“Dai Anna” intervenne Carlo ridacchiando “Non è un lavoro da donne, quello del portalettere.”

Cosa non mi è piaciuto

Siamo negli anni Trenta, e la portalettere si chiama Anna, è di un paese vicino a Genova, si sposa con un ragazzo pugliese di cui è innamorata e quando lui viene richiamato al paese dall’eredità delle terre dello zio, lo segue e si ritrova a Lizzanella, paese immaginario ma molto realistico della provincia di Lecce. Anna fa la maestra, è fiera e indipendente, dice quello che pensa e non accetta minimamente le regole di sottomissione, silenzio e ubbidienza delle donne del sud. Il paese peraltro non accetta quella donna così diversa, e la etichetta come “la forestiera”. Incurante del parlare che si fa intorno a lei, Anna vuole lavorare, e non potendo fare la maestra, quando si libera un posto di portalettere si candida. E grazie ai suoi titoli di studio ottiene il posto.

Si, ogni tanto la mia Anna se ne esce con qualche frase in francese. Sai…

Dalle mie parti è piuttosto normale, dato che sono cresciuta al confine con la Francia” lo interruppe Anna, voltandosi per un momento. Guardò Antonio con i suoi grandi occhi colore delle foglie di ulivo, messi in risalto dal nero dei capelli, che teneva acconciati in una treccia morbida. La pelle diafana e sottile, di una creatura che non apparteneva a quei luoghi, le s’imporporò sulle gote.

Un portalettere negli anni Trenta in un paesino dell’Italia è qualcuno che entra nelle case di tutti: legge le lettere e scrive le risposte per i numerosi analfabeti, viene a parte di segreti, misteri e vergogne, di amori e dolori. Così Anna entra a poco a poco nella vita del paese, e forse anche grazie al fatto che è forestiera, che non è pettegola, ma chiara e diretta, si conquista il suo posto. E mentre arriva il fascismo e poi la guerra e poi la liberazione, Anna si vota alla causa delle donne e crea la prima Casa per le donne, un rifugio per tutte le vittime della violenza maschile.

Antonio rimase interdetto e farfugliò un “grazie”: le dita sottili di Anna che gli avevano sfogliato la pelle del collo gli avevano provocato un tremito improvviso e una specie d’inquietudine che gli stringeva le viscere.

La scrittrice lascia queste notizie interessanti e insolite in secondo piano, sottolineando invece una serie di meno degni di nota aspetti amorosi: il cognato che si innamora di Anna a prima vista, il marito che ritrova il vecchio amore di gioventù e con grande leggerezza tradisce la moglie che pure ama, un figlio non riconosciuto, la cognata piena di aspettative e poi delusa, l’amica che intrattiene una relazione amorosa con un prete che si rivela anche violento.

E questi aspetti li sottolinea con poco stile, un po’ come se fossimo in un romance seriale. C’è anche un… come chiamarlo, vezzo linguistico? molto fastidioso: nella tessitura di queste trame amorose, tutti diventano proprietà di qualcuno: il suo Carlo, la sua Anna, il suo Giulio, e via così per tutto il romanzo. Ora se uno volesse essere proprio pignolo (e sì posso esserlo, abbiate pazienza), in un racconto che vuole raccontare una donna diversa dal suo tempo, una donna rivoluzionaria in un certo modo, questo approccio “il suo” e “la sua” è proprio in aperto contrasto.

Anna dovrebbe essere una “io sono mia” ante litteram, non dovrebbe pensare al marito come “al suo Carlo. Senza contare che di questi “il suo” ce ne sono davvero troppi. Non si poteva davvero trovare un altro modo per raccontare i rapporti e le persone?

C’è un’altra cosa che la scrittrice non fa: spiegarci un po’ perché questa Anna è diversa dalle altre donne. A parte la provenienza dal nord, da un paesino vicino a Genova, del passato di Anna non si sa nulla. È come se non ce lo avesse, un passato. Arriva nel paese del marito e da lì non si muove. Non ci sono parenti che vada a trovare o che la vengano a trovare. Non ci sono missive o lettere con nessuno del fantomatico nord di cui lei ogni tanto sogna il profumo dei pini. Strano, no? Considerato che poi è una storia vera, o almeno basata su una storia vera. Voglio dire, la portalettere è esistita veramente, possibile che non si possa sapere di lei nient’altro che la vita a Lizzanello?

Carlo comprò un abete alto due metri. La mattina dell’8 dicembre si alzò presto, cantando allegramente Tu scendi dalle stelle, andò a svegliare Roberto. Ma era una giornata di vacanza quindi lui, tirandosi la coperta sugli occhi, disse brontolando di lasciarlo dormire ancora una po’. “Dieci minuti, non di più” scherzò Carlo scompigliandogli i capelli. Poi scese di sotto e si affacendò ad accendere il fuoco nel camino. Carlo comprò un abete alto due metri. La mattina dell’8 dicembre si alzò presto, cantando allegramente Tu scendi dalle stelle, andò a svegliare Roberto. Ma era una giornata di vacanza quindi lui, tirandosi la coperta sugli occhi, disse brontolando di lasciarlo dormire ancora una po’. “Dieci minuti, non di più” scherzò Carlo scompigliandogli i capelli. Poi scese di sotto e si affacendò ad accendere il fuoco nel camino.

Cosa ho apprezzato

Poi come dicevo, nella seconda parte la storia si anima un po’ di più, entrano altri personaggi, altri drammi e altri eventi, e quindi ci si sente più partecipi, ci si comincia ad affezionare a qualcuno, a sentire la mancanza di chi scompare. Così che quando il libro si chiude dispiace che sia finito.

“Ogni pomeriggio, dopo il lavoro, Anna andava alla Casa per le Donne e ci passava ore intere, fiduciosa e inamovibile. Il più delle volte Antonio andava a tenerle compagnia. “Non mi piace che tu te ne stia qui, tutta sola” diceva lui. “Cosa vuoi che mi succeda” minimizzava lei.”

Resta molto apprezzabile, secondo me, la proposta di romanzi che ricostruiscano le storie che la Storia dimentica o non registra. Che ci facciano conoscere il nostro paese attraverso chi ha fatto piccole cose memorabili che hanno aperto la strada a cose più grandi.

Temo però che le ricostruzioni storiche siano molto difficili. Ad esempio ne La portalettere si dà per scontato che per Natale si faccia l’albero. Ora quelli che come me hanno visto fiorire diverse volte il calicanto si ricorderanno che facevano il presepe, non l’albero di Natale. Siamo un paese cattolico, dopotutto. Forse in Puglia facevano l’albero perché è una tradizione importata dalle regina Margherita, che la Puglia la frequentava come dimostra il fatto che ci sia un paese che si chiama Margherita di Savoia. Ma se questa notizia ce l’avesse data l’autrice, invece che doversela cercare il lettore dubbioso su internet?

Ecco insomma a me sembra che con qualche accorgimento questo libro avrebbe potuto essere meglio. So che è presuntuoso dirlo. Ma vi assicuro mi viene proprio dal cuore.

E alla fine penso che valga la pena di essere letto. È una bella storia, e ci restituisce un sud molto più interessante di quello a cui siamo abituati a pensare. Purtroppo io sono una criticona. – Anna Da Re

2 risposte

  1. Le recensioni devono essere così: libere e positive. Ma anche, se è il caso, cordialmente spietate. Un piacere leggere questa.

    1. Questo romanzo per me è un caso letterario. Da quando è stato pubblicato, non è mai sparito dai primi dieci libri letti, secondo le classifiche di inserti culturali come Robinson, La lettura, Tuttolibri. Significa un grande revival del romanzo storico e per “La portalettere” il saper raggiungere molti lettori. L’importante è che si legga e che ogni lettore trovi un’autrice e un autore che gli corrisponda. Seguiremo con attenzione l’evoluzione delle vendite e del gradimento.

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