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Recensione: Tove Ditlevsen, Infanzia, Gioventù, Dipendenza

Nella sua "Trilogia di Copenaghen", edita da Fazi Editore, la talentosa danese Tove Ditlevsen, con una freschezza sorprendente, come fosse in uno stato di autoipnosi, passa in rassegna la propria vita in tre libri sfavillanti, intensi ed eleganti (Infanzia, Gioventù, Dipendenza), anticipando di molti anni l’autofiction. La recensione dei tre libri è di Dennis Canal.

Raccontare se stessi non è mai facile. Trasformare la propria vita in opera d’arte ancora meno. Parlare di vicende personali e demoni interiori raggiungendo l’universale è ai limiti del possibile. Tove Ditlevsen fa tutto questo e molto di più.

Nella sua Trilogia di Copenaghen, edita da Fazi Editore, la talentuosa danese Tove Ditlevsen, con una freschezza sorprendente, come fosse in uno stato di autoipnosi, passa in rassegna la propria vita in tre libri sfavillanti, intensi ed eleganti (Infanzia, Gioventù, Dipendenza), anticipando di molti anni l’autofiction.

La sua autobiografia è un tour de force da fare tutto d’un fiato che ha insieme il passo del diario intimo, l’orrore pervasivo di una favola che conosciamo bene, la crudeltà della ricerca di sé e dell’accettazione del proprio talento, la fragilità della condizione umana.

Una scrittura a cui inchinarsi, finalmente!

Infanzia

Il primo volume della trilogia è un viaggio intimo e spietato lungo i primi anni di vita dell’autrice. Con frasi semplici e potenti, Ditlevsen ci porta per mano in un mondo segnato da sensazioni acute, esperienze tumultuose e relazioni familiari complesse.

Attraverso gli occhi di una giovanissima Tove, assistiamo alle prime esperienze di senso di smarrimento e desiderio di appartenenza. La sua relazione con la madre, il padre e i fratelli viene descritta con una sensibilità straordinaria, gettando luce sulle dinamiche familiari e sulle sfide che ogni membro deve affrontare.

Il desiderio di trovare una voce autentica per la sua passione precoce per la scrittura si fa colonna portante del romanzo. La lotta per essere ascoltata e capita è dipinta con tocchi di tristezza e speranza, mentre l’autrice cerca di navigare tra le aspettative della società e il suo impulso creativo interiore. Tutto è così vivido e reale da far sentire noi lettori e lettrici come se fossimo accanto a lei durante ogni momento, condividendo risate, lacrime, riflessioni interiori.

“Gli esami sono finiti, e a scuola c’è stata la festa di fine anno. Tutte giubilavano, perché stavano per uscire dal “carcere rosso”, e io giubilavo più di loro. Per me è una grande sofferenza non avere più emozioni autentiche e al tempo stesso dover sempre fingere di averle, imitando le reazioni altrui. È come se le cose dovessero seguire percorsi alternativi per riuscire a commuovermi. Magari piango nel vedere sul giornale la fotografia di una famiglia infelice che si è ritrovata in mezzo ad una strada, ma se assisto allo stesso spettacolo nella realtà, non mi sfiora neppure. I testi in versi o in prosa poetica mi emozionano come sempre, ma le cose che descrivono mi lasciano del tutto fredda. Il mondo concreto non mi dice granché.”

“Infanzia” è inizio affascinante per la Trilogia di Copenaghen, ritratto affettuoso, profondo e a tratti struggente, di un’infanzia segnata da alti e bassi, che risuona con chiunque abbia mai cercato di capire il proprio posto nel mondo.

Tove Ditlevsen ci ha donato emozione e intimità, invitandoci a esplorare il tessuto stesso dell’essere umano attraverso la lente della sua propria esperienza.

Gioventù

“Gioventù”, il secondo volume della Trilogia, ci trasporta ancora una volta nell’intimo mondo dell’autrice, offrendoci uno sguardo profondo e onesto della sua adolescenza, del periodo in cui il mondo esterno inizia a esercitare una presa più forte su di lei.

Nelle pagine di questo secondo capitolo, le sfumature dell’adolescenza vengono descritte con maestria e con un’autenticità disarmante: assistiamo alle prime avventure amorose di Tove, alla scoperta della sessualità e agli incontri con personaggi che avranno un impatto significativo sulla sua vita. La sua passione per la scrittura e il desiderio di diventare una poeta di successo sono in primo piano, e l’autrice ci guida attraverso i momenti di trionfo e di sconfitta che accompagnano il suo percorso creativo. Tutto è affrontato con un’empatia incredibile, che consente a chi legge di immergersi nelle emozioni travolgenti e nelle riflessioni della protagonista.

Le relazioni familiari e le dinamiche con madre, padre e fratelli in cui Tove naviga sono dipinti, ora, con un realismo crudo, meno fanciullesco, evidenziando la complessità dell’amore e della connessione all’interno della famiglia.

“E aggiunge che l’importante è che quest’uomo sia in grado di mantenermi, così potrò smettere di lavorare. Ne parlano tutti come se avesse già chiesto la mia mano, e quando io faccio presente che non so se mi vorrà, liquidano la questione come fosse una faccenduola marginale. “Ma certo, che ti vuole”, dice mia madre. “Altrimenti perché si farebbe in quattro per te?”.

“Riflettendoci, giungo anch’io a questa conclusione. È questa, la cosa strana, in me: scrivo poesie, ma al tempo stesso sono una persona molto comune. Come tutte le altre giovani donne, vorrei sposarmi, fare figli e avere una casa tutta mia. C’è una certa pena, una certa fragilità, nell’essere una ragazza che si guadagna il pane da sola. Non si vede alcuna luce in fondo a questa strada. E vorrei tanto godermi il tempo che ho, anziché dover sempre venderlo.”

“Gioventù” è un’opera che magistralmente cattura la vivacità della giovinezza e la sua ricerca costate di senso e significato e che continua a esplorare le profondità dell’animo umano attraverso la lente della vita di Tove Ditlevsen.

Dipendenza

“Dipendenza”, che chiude la Trilogia di Copenaghen, è un’affascinante e struggente conclusione di un viaggio letterario attraverso la vita dell’autrice.

In questo capitolo, Ditlevsen, attraverso una prosa che si conferma straordinaria, affronta apertamente e coraggiosamente i temi dell’ossessione, dell’isolamento e della lotta per l’identità.

L’autrice tesse un intreccio avvincente che esplora le profondità oscure della dipendenza dalle droghe e le sue conseguenze devastanti, condividendo con noi, come se fossimo ancora una volta, per l’ultima volta, al suo fianco, alti e bassi, vittorie e sconfitte, con una sincerità che frantuma il cuore.

Per mano, una ormai Tove adulta ci guida nel caos della sua tossicodipendenza, raccontandoci delle sue lotte interiori e degli sforzi disperati per liberarsi da un ciclo distruttivo e infernale e per riaffermare la sua voce creativa e il suo ruolo come scrittrice di successo. La sua abilità nel raccontare la propria esperienza in modo crudo e toccante dimostra una consapevolezza e coscienza di sé fuori dal comune.

“Così, finalmente, mi è diventato impossibile procurarmi sostanze e piano piano ho imparato ad adattarmi all’esistenza così com’era. Ci amavamo, e ognuno dei due sapeva farsi bastare l’altro e i bambini. Ho ricominciato a scrivere e, quando la realtà diventava un granello di sabbia nell’occhio, compravo una bottiglia di rosso e la smezzavo con Victor. Ero stata salvata dalla mia annosa tossicomania, ma ancora oggi si desta in me quell’antica brama, non appena mi capita di farmi fare un prelievo di sangue, o di passare davanti alla vetrina di una farmacia. Non morirà mai del tutto, finché vivo.”

“Dipendenza” è un finale potente e toccante per la Trilogia di Copenaghen. Tove Ditlevsen si rivela non solo come una scrittrice straordinaria, ma anche come un’anima coraggiosa disposta a esplorare i recessi più oscuri dell’esperienza umana, donandoci una testimonianza struggente della resistenza e della ricerca costante di redenzione.

Questa trilogia rimarrà impressa nella mente e nel cuore di lettori e lettrici che avranno, o si daranno, il privilegio di leggerla. – Dennis Canal

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