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Recensione:  Nino Haratischwili, La luce che manca

Poco conosciamo l’orrore vissuto dalla Georgia dopo il crollo dell’impero sovietico. Vi proponiamo la recensione del libro La luce che manca di Nino Haratischwili, poderosa narrazione imperniata sui ricordi di quegli anni, a cura di Lamberto Santuccio. Al centro delle vicende quattro ragazze, cresciute troppo in fretta fra tossicodipendenza e violenze machiste, bande di microcriminalità e guerre civili. In una comunità grande appena un cortile, Qeto e le sue amiche inciampano costantemente sul dolore, provando sul loro corpo tutta la portata della storia. E si ritrovano decenni dopo, indurite (ma non definitivamente) dal passato.

All’inizio dell’estate 2020, col suo epico romanzo L’ottava vita (per Brilka), la scrittrice georgiana di lingua tedesca Nino Haratischwili aveva messo d’accordo tutti. Oltre mille pagine fra il romanzo familiare e la grande narrazione storica che hanno convinto ogni lettore, portando le recensioni ad affiancarle i maggiori nomi della letteratura di tutti i tempi. Adesso è tornata in libreria con un nuovo imponente libro, La luce che manca, sempre per Marsilio editore e nella traduzione di Fabio Cremonesi. La parentesi storica si è ristretta ai decenni caldi del crollo sovietico, rivissuti sulla pelle dalle porte degli anni venti del nuovo secolo. La geografia rimane invece quella del Caucaso. E la sua penna continua a infilzarsi nella babele di esperienze che segnano un’intera vita.

Di fronte al proprio dolore

Nel programma 2019 del Palais des Beaux-Arts di Bruxelles è stata inclusa una retrospettiva della fotografa georgiana Dina Pirveli. Tra la folla che riempie le sale il giorno dell’inaugurazione, ci sono anche Qeto, Nene e Ira, tre donne che hanno condiviso l’infanzia e la giovinezza con l’artista. E che figurano sulle foto, in scatti fra il puro realismo da reportage e lo psichedelico, con sullo sfondo tutto l’orrore dei conflitti del Caucaso alla fine del secolo scorso. Questa è la cornice narrativa del romanzo, raccontato in prima persona da Qeto. È soprattutto lei ad aggirarsi fra le opere della fotografa che, lo si capisce subito, si è spenta troppo presto in un’epoca contemporanea agli scatti. Le foto sono quindi lo strumento strizzacuore che supplisce alla sua assenza, oltre che una testimonianza da brividi lungo la schiena. Ma per Qeto non si tratta, riutilizzando il celebre titolo della Sontag, di stare “davanti al dolore degli altri”. Il click della macchina fotografica ha immortalato la sua, di sofferenza, e passare da una cornice all’altra significa per lei scorrere coi polpastrelli sopra il mosaico di quei dolorosi anni. Senza poter saltare né le tessere nere di morte, né quelle lasciate in ombra dall’oblio. Con una memoria lucidissima che non tralascia nessuna ferita. Proprio dai legami fra i ritratti, nel continuo singhiozzo di riconoscere o riconoscersi, si dipana la storia di questo solido gruppetto di ragazzine cresciute troppo in fretta.

Tra non molto le due grandi porte dalle maniglie dorate verranno spalancate e la gente si precipiterà dentro […] Frugheranno le nostre vite, tenteranno si scoprire i nostri trucchi. Gironzoleranno intorno alle foto dell’orrore, sorseggiando dai loro bicchieri e infilandosi stuzzichini nelle loro boccucce, evitando le immagini, cercando inutilmente qualcosa di più benevolo. Pochi, i più resistenti, affronteranno l’orrore, accoglieranno le immagini, convinti di doverlo all’arte. Ma non capiranno che quest’arte non ha nulla a che fare con la bellezza e l’estetica […] si è sviluppata solo per un atto di sopravvivenza, niente di più, niente di meno.

La grande storia del piccolo cortile

Nel primo centinaio di pagine Qeto descrive la propria infanzia e quella delle sue tre inseparabili amiche nella Tbilisi degli ultimi anni Ottanta. Anni spensierati trascorsi tutti intorno al cortile, luogo simbolo di una comunità dove è possibile spiare dentro casa dei vicini e carpirne i segreti. Ma anni fatti anche di scorribande, esplorazioni e scappatelle che saldano per sempre quel prezioso legame. La comunità del cortile, però, è un condensato dell’intera Georgia e anche lì dove le lunghe ombre proiettate dagli appartamenti creano un angolo appartato penetra il cingolato della Storia. Sono gli anni del crollo del muro e del dissolvimento dell’impero sovietico, eventi che nella regione del Caucaso portarono a un disequilibrio sociopolitico inimmaginabile. Il vuoto del potere a Mosca, infatti, significò per la lontana Georgia la caduta nel caos. Sono anni di estrema violenza e guerra civile, di coprifuoco e rese dei conti, che permisero la nascita di bande impastate di odio e criminalità. Mafia locale, spedizioni punitive, poi l’arrivo dell’eroina sono la spirale che conduce dritto dritto verso il sangue versato. A tutto questo vanno fatte risalire le ferite di Qeto e delle amiche, in questo malsano amalgama di violenza. 

Forse avremmo dovuto smetterla di illuderci. Avevamo rinunciato da tempo a ogni ambizione di civiltà ed eravamo tornati a un’oscurità primitiva, i principi morali ci erano del tutto estranei. […] Esistevano persone che non erano ancora diventate bestie. E non solo perché non ne avessero avuto l’opportunità, ma perché avevano scelto di non esserlo, e avevano difeso questa scelta con tutte le loro forze e contro ogni eventualità. Avevamo un’alternativa, tutti hanno un’alternativa.

Doppia elica narrativa

Come ogni individuo che si rispetti, Qeto, Dina, Nene e Ira non sono affatto pronte ai cazzotti dell’orrore. E a renderle vere, queste settecento pagine non sono altro che una sequela di vittorie e sconfitte, prese di coscienza e fisiologici abbandoni allo scorrere degli eventi. Il vettore infatti è a doppia elica: da una parte le tappe dell’adolescenza, dall’altra l’inaspettato della storia. Così, agli amori e alle speranze per l’avvenire si riflettono in uno specchio orripilante la violenza sessuale attuata per vendetta e la pelle incisa per trovare sollievo. Così, ancora, all’eroismo che salva vite si innesta accanto l’incubo di vedere la persona amata diventare un feroce assassino, o il fratello piombare nel fondo più oscuro della tossicodipendenza. Questo rimballo ha il proprio corrispettivo nell’alternarsi fra anni Novanta e 2019, fra Bruxelles e Tbilisi, un gioco che solidifica le vicende con la componente delle memorie e dell’indurirsi del trauma. 

Eccoci qui, siamo il trio che è scampato, che è riuscito a fare il salto nel presente, siamo noi, i sopravvissuti, cerchiamo di vivere al posto di tutti coloro a cui non è stato concesso di farlo, e che rimarranno per sempre giovani in queste fotografie. […] Vogliamo nascondere al mondo che siamo in fuga da questo fardello, da questa sorte ingiusta, che a volte, per non rischiare di naufragare a causa delle aspettative esagerate, vorremmo essere quelli che sono rimasti dall’altra parte delle fotografie.

Sfumature e sfaccettature

Potrebbe non convincere appieno, La luce che manca, e sarebbe giustificato sentirsi un po’ sopraffatti dalle esplosioni molto dense proiettate lungo quasi settecento pagine. Potrebbe non farlo se comparato al volume precedente. Ma la Haratischwili compie una manciata di cose molto interessanti. Getta anzitutto luce su vicende poco conosciute, e senza mai cadere nel didascalico. Sa poi sfruttare appieno la focalizzazione, che è quella delle donne dinnanzi alla Storia ma soprattutto di fronte al violento potere caotico e dispotico degli uomini. E sa infine, nella narrazione pura più che nei dialoghi, sfaccettare le protagoniste, senza incappare nel manicheismo da bianco e nero. E il suo è un romanzo da annoverare negli ottimi tentativi ad inchiostro di dimostrare il perdurare del trauma, lungo la catena che va dalla bambina alla donna passando per la delicata età dell’adolescenza. – Lamberto Santuccio

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