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Recensione: Annie Ernaux, Perdersi

Più si scende nell’intimità del proprio essere e più le contraddizioni risuonano necessarie. Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura 2021, lo sa bene. Soprattutto quando pubblica, accanto ai propri romanzi, gli stralci del suo diario personale. Ecco la recensione del libro "Perdersi", il nuovo testo pubblicato dall’Orma Editore, in cui la scrittrice ripercorre i due anni di passione e struggimento morboso per S., un diplomatico sovietico con il quale ha intessuto una liaison squilibrata e sofferta alla fine degli anni Ottanta. È l'analisi di una dipendenza affettiva all’ombra di Simone de Beauvoir.

Apostrophes è stata una storica trasmissione televisiva francese che è riuscita, con un format che ha dell’insuperabile, a portare davanti a milioni di francesi, in prima serata e per due interi decenni, autori del calibro di Modiano e Solženicyn, Duras ed Eco, Kundera e Sontag. In una delle primissime puntate degli anni Novanta, il presentatore Bernard Pivot (attuale presidente della giuria Goncourt) anima una discussione attorno a una recente pubblicazione Gallimard, quella dei Diari di guerra e delle Lettere a Sartre di Simone de Beauvoir. Tra i vari invitati, a fronteggiarsi sui due serrati semicerchi di sedie, anche Julia Kristeva e l’autrice di Una donna. Annie Ernaux presenta il volume, solida e limpida nel suo fraseggiare, dà le coordinate temporali e ne riassume il contenuto; poi un altro ospite, pur ammettendo quanto sia difficile stroncare la Beauvoir dopo una presentazione così acuta, si lascia andare a semi-accuse, “il libro mi è caduto dalle mani” sostiene utilizzando la tipica espressione francese, e allora la Ernaux perde il baricentro, scampanella da destra a sinistra sullo schermo, non trattiene una smorfia, si impone sugli altri e si ritrova a dover fare quello che forse già sapeva di dover compire: difendere strenuamente quelle ‘confessioni’.

Ché l’accusa rivolta contro la filosofa e femminista autrice del Secondo sesso, conosciuta per l’impetuosità e la profondità delle sue opinioni e del suo linguaggio, è di essersi lasciata andare in quelle lettere intime a impensate banalità, di aver scritto al suo Sartre (proprio lui!) appioppandogli nomignoli amorosi fra i più ridicoli, di aver parlato di ricette di cucina, del fascino sensuale sentito di fronte alle divise tedesche (proprio lei!) in pieno secondo conflitto mondiale e, in generale, di tematiche lontane anni luce da quell’engagement che l’ha sempre contraddistinta. Non c’è una sola riga di questo carteggio, dice e ridice la Ernaux di fronte alle telecamere, che abbia stravolto la sua visione di Simone de Beauvoir e, anche dietro alle moine con le quali commentava le prime stesure dell’Essere e il nulla del suo amato, quest’ultima resta la donna di cui si può dire di non essere più sé stessi dopo averla letta. Annie Ernaux lo aveva scritto già su una pagina del suo diario, datata ‘Sabato 24 [febbraio 1990]’, immediatamente dopo aver ricevuto l’invito al programma televisivo: “non sarei la donna che sono senza di lei, senza il modello che è stata nel corso della mia giovinezza e dei miei primi anni di formazione (fino ai trenta)”

“La felicità del diario di S. de Beauvoir mi fa davvero invidia, visto che, a rileggermi, sono immersa nell’orrore: così, l’anno scorso, a marzo, era confusione, disgusto, gelosia. Tutt’oggi, guardo a quei mesi con una fitta al cuore. Ma soprattutto mi chiedo come, in che modo, potrei trovare un po’ di tranquillità. L’anno scorso orrore, quest’anno la tristezza senza forma: dove stare, qual è la formula? […] Guarirò da questa scomparsa senza tracce?”

Strascichi e smancerie

Leggendo Perdersi, ci si rende conto di come la comparsata televisiva di Annie Ernaux coincida con la fase finale e discendente della sua relazione passionale e amorosa con S., un diplomatico sovietico più giovane di lei, affascinante e accattone su parecchi fronti, conosciuto in Urss alla fine del 1988 e frequentato nei due anni successivi. Una relazione clandestina (perché S. è già sposato) tutta dettata dalla lontananza a singhiozzo e insaporita dall’esotismo dell’uomo russo, ma soprattutto una storia dolorosissima perché accordata su un ritmo spasmodico di attese, incontri e silenzi fino al finale abbandono privo di addii. I lettori conoscono già le vicende, se hanno letto Passione semplice, trasposizione mozzafiato di questa parentesi; ma fra le pagine di questo diario le palpitazioni del rapporto vengono computate con lo scorrere del tempo, ossessive fra gli spasmi del desiderio raggiunto e i crampi della sofferenza per le attese e l’abbandono. “Arriva, scopa, beve vodka, parla di Stalin”; “Aspettare vicino al telefono, l’incertezza della chiamata”; “L’unico obiettivo della mia vita attuale è trascorrere una notte intera con lui”; “Ciò che mi piace è la tensione, il desiderio di piacergli”; “In testa ho soltanto il suo sesso eretto”; “Se non dovessi rivederlo mai più […] sarebbe come la morte”.

Annie Ernaux annota tutto, con un filtro troppo debole per trattenere i minuscoli riti di questa dolorosa felicità, quelli che difficilmente ognuno di noi ammetterebbe di compiere: imparare il russo, leggere Anna Karenina prestando i loro volti a quelli di Anna e di Vronskij, piangere di fronte alle commedie del cinema dove tutto trasuda amore, sgranare l’altalena fra l’attesa della chiamata e il suono della portiera che si chiude davanti casa, e poi ancora incidere a inchiostro le giravolte del sesso, dire di essere semplicemente felice per poi correggersi scrivendo di essere sul precipizio del dolore, acquistare i vestiti più sensuali, trascrivere i particolari delle mutande di S. e delle sue sbronze obnubilanti, lasciare sempre un pacchetto di sigarette mezzo aperto che l’altro si porterà via come d’abitudine e crepare di malsana, illimitata gelosia.

Le capita anche, fra le tante, di andare a un ricevimento dove sono presenti il futuro re Carlo e Diana, e di non degnarli di troppo spazio nel resoconto quotidiano, come chi riporta in una data spartiacque della storia del mondo le fitte di una carie o lo stordimento dovuto all’otite, uniche cose realmente percepite. Il pensiero di S. cala su tutto, eccessivamente presente, pericolosamente soffocante e centrale fino ai confini del deleterio.

“Stamattina, per strada, mentre guidavo, lacrime inarrestabili, come quando è morta mia madre. O anche dopo aver abortito, per le strade di Rouen. La linea, la grande linea del significato segreto della mia vita. La stessa perdita, non ancora del tutto chiarita, che solo la scrittura può davvero chiarire.”

Non manca, ovviamente, la scrittura. In Ernaux la corda tesa fra vissuto e composizione è salda e costante, di modo che tutta la discesa verso l’abisso con S. è costellata anche dalle riflessioni sulla sua arte. Sorge subito il desiderio di scrivere di lui, un desiderio ammorbato dal dubbio che quella di cui S. si è invaghito non sia in realtà Annie ma la scrittrice Ernaux. Poi si insinuano i confronti, quelli con gli ‘altri uomini’ del passato (l’ex marito e gli altri amati), e l’autoanalisi attorno alla natura di “donna gelata”. E persiste, onnipresente, la riflessione sul desiderio e sulla triade sesso-scrittura-morte che è campo florido per chi tenta quotidianamente di afferrare la fuggevolezza dell’esperienza con l’inchiostro.

Il diario che la Ernaux tiene è già uno strumento, un primo campo di auto-elaborazione pur nella sua schiettezza, e l’autrice stessa ne ha l’assoluta consapevolezza quando annota queste parole: “Questo diario avrebbe bisogno di due colonne. Una per la scrittura in diretta, l’altra per l’interpretazione, qualche settimana dopo. Una colonna ampia, quest’ultima, perché potrei interpretare diverse volte”. Non mancano nemmeno le pagine altrui: Simone de Beauvoir e Tolstoj sono stati già citati, ma si incontrano anche Borges, Calvino, Aragon, Foucault, infinite volte Proust e di passaggio anche Grossman.

La colonna mancante

Non manca, ovviamente, la scrittura. In Ernaux la corda tesa fra vissuto e composizione è salda e costante, di modo che tutta la discesa verso l’abisso con S. è costellata anche dalle riflessioni sulla sua arte. Sorge subito il desiderio di scrivere di lui, un desiderio ammorbato dal dubbio che quella di cui S. si è invaghito non sia in realtà Annie ma la scrittrice Ernaux. Poi si insinuano i confronti, quelli con gli ‘altri uomini’ del passato (l’ex marito e gli altri amati), e l’autoanalisi attorno alla natura di “donna gelata”. E persiste, onnipresente, la riflessione sul desiderio e sulla triade sesso-scrittura-morte che è campo florido per chi tenta quotidianamente di afferrare la fuggevolezza dell’esperienza con l’inchiostro.

Il diario che la Ernaux tiene, quindi, è già uno strumento, un primo campo di auto-elaborazione pur nella sua schiettezza, e l’autrice stessa ne ha l’assoluta consapevolezza quando annota queste parole: “Questo diario avrebbe bisogno di due colonne. Una per la scrittura in diretta, l’altra per l’interpretazione, qualche settimana dopo. Una colonna ampia, quest’ultima, perché potrei interpretare diverse volte”. Non mancano nemmeno le pagine altrui: Simone de Beauvoir e Tolstoj sono stati già citati, ma si incontrano anche Borges, Calvino, Aragon, Foucault, infinite volte Proust e di passaggio anche Grossman.

“Libro che potrebbe iniziare così: ‘Dal giorno tale al talaltro ho vissuto una passione’ ecc. Descriverla minuziosamente. […] La disperazione, già l’intravedo. È credere che non ci sarà nessun libro in grado di aiutarmi a comprendere ciò che ora vivo. È soprattutto credere che non potrò scriverlo io, un libro simile.”

Diario di una dipendenza

Come nel caso della madre del femminismo francese, anche nel diario della Ernaux si aziona un cortocircuito difficile da sciogliere. Come plasmare tutto questo materiale compromettente, madido di dipendenza affettiva e carnalità, sulla figura e sull’opera dell’autrice di L’evento? Verso che ambito incanalare tale sincera celebrazione dei meccanismi inceppanti del desiderio? In che modo considerare l’attaccamento morboso per uno stalinista gretto, non ricambiato, spinto fino all’annullamento di sé? Ché stare scomodi leggendo Perdersi credo sia la reazione più naturale che possa esserci. “Non sono culturale” annota la scrittrice, “per me conta solo una cosa, cogliere la vita, il tempo, comprendere e godere”. Forse sarebbe utile, al di là dell’esperienza esemplificativa o della proustiana lettura di sé stessi nelle opere altrui, sarebbe utile, dicevo, far detonare qualsiasi tentativo di spiegazione e bearsi della coraggiosa messa a nudo, spingendosi fino al giudizio biasimevole se quest’ultimo aziona meccanismi volti a una presa di coscienza.

Lasciarsi andare al permesso di sondare la complessità individuale di chi scrive, fatta inevitabilmente e come tutte di ruoli che si sarebbe preferito non recitare. “Non si tratta della parte nascosta di Simone de Beauvoir” aveva precisato Annie Ernaux nella sopracitata puntata di Apostrophes; “Col Diario e con le Lettere si entra nella vita vera”. Perdersi è un ottimo esempio di vita vera. – Lamberto Santuccio

4 risposte

  1. . Non ho ancora affrontato, o avvicinato, Annie Ernaux, ma questa recensione mi spinge ad accelerarne la lettura. E’ da questo libro che conviene iniziare?

    1. Caro Paolo,
      ti consiglierei di iniziare da “Gli anni”. È il romanzo autobiografico di Annie Ernaux e allo stesso tempo una visione del mondo dal Dopoguerra a oggi. . «Svaniranno di un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch’essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra gli altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, a nostri compagni di scuola. E così un giorno saremo nei ricordi dei figli in mezzo a nipoti e a persone che non sono ancora nate. Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia». Tutta l’opera è il tentativo di fissare ricordi con la consapevolezza, appunto, che essi spariranno, inghiottiti in un vortice di buio e silenzio. Intanto, buona lettura, e condividi la tua esperienza.

  2. Ho letto tutto quanto è stato pubblicato dell’autrice, L’ altra figlia direttamente in
    francese. Mi piace molto il suo modo di rappresentare il tempo e la condivisione dell’io narrante con la voce dei contemporanei. Mi convince di meno la brutale mise en place della realtà intima. Ma sono gusti.

    1. Abbiamo gusti molto simili. In dialogo con una sorella mai conosciuta, e di cui ha scoperto solo tardi l’esistenza, nel romanzo che citi Annie Ernaux si interroga sulle loro vite conseguenti in seno alla stessa famiglia. Cosi’ come fratelli figli degli stessi genitori vivono le diverse fasi della propria vita cronologicamente sfalsati, tanto più ciò è vero per due sorelle le cui vite non si sono mai incontrate se non nell’esperienza comune dell’essere state figlie degli stessi genitori.C’è anche un nodo tragico. Parlare, invece, della propria intimità così come ama in altri romanzi è una presa di parola forte, da parte sua. Pensi che il Premio Nobel influirà sulla sua scrittura?

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