Cerca
Close this search box.

Recensione: Clara Dupont-Monod, Adattarsi

Quando in famiglia arriva un figlio, tutto il nucleo è chiamato a riformulare gli spazi, i tempi, le dinamiche. Ancora di più quando lo accompagna una disabilità. Ecco a voi la recensione del libro "Adattarsi" della francese Clara Dupont-Monod, in cui i personaggi, definiti solo dal loro ruolo in famiglia, fanno fronte all’arrivo del ‘terzo figlio’, gravemente malato. Tutto un universo di elementi in contrasto si erge fra queste pagine, chiamando il lettore a immergersi nel dolore e a contrapporre gli stati d’animo descritti, fino alla magnifica risoluzione delle ultime righe. La recensione del libro è di Lamberto Santuccio.

Ci sono libri-definizione, o meglio titoli-parlanti (più parlanti del solito, almeno). Cioè testi, romanzi, resoconti di esperienza vissuta che innalzano un termine o l’incastro fra tre, quattro parole a una formula riassuntiva, chiarificatrice. Come un potenziamento di densità, un innalzamento a un messaggio più istintivamente comprensibile, un’intera storia compressa in un input.

Penso, per esempio e per un’evidente complementarietà, a Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, con la successiva definizione a poco più di trenta pagine dell’incipit: “Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi [i genitori], da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato”.

E, dopo averne completato la lettura, penserò spesso e ugualmente ad Adattarsi, il pluripremiato romanzo della scrittrice francese Clara Dupont-Monod portato in Italia dalle Edizioni Clichy, nell’ottima traduzione di Tommaso Gurrieri.

Il terzo figlio

In una famiglia francese che abita un villaggio sulla catena montuosa delle Cévennes, dopo un primogenito maschio e una seconda figlia femmina, nasce un terzo bambino. Le pietre della casa, voci narranti delle centocinquanta pagine del romanzo, partecipano prima al lieto evento e poi alle successive pieghe più intricate che le vicende prendono a pochi mesi dalla nascita.

Il neonato, infatti, sembra non rispondere agli stimoli, a differenza dei suoi coetanei e contro le classiche regole dello sviluppo non segue con lo sguardo gli oggetti colorati che gli vengono messi di fronte, e il corpo permane in uno stato di mollezza che costringe la famiglia a stringergli salde le mani attorno al collo per non lasciar penzolare la testa da un lato, in una curva innaturale.

Dopo la prima ipotesi di cecità arriva la diagnosi del pediatra: un handicap complesso e raro, che pone brutalmente le speranze del bambino a non oltre i tre anni di vita. Il romanzo è dunque lo schietto resoconto della “frattura” e delle mutazioni che questa comporta dentro le quattro pareti domestiche, dalle gravose scelte (come quella di un centro dove il piccolo può essere assistito e curato, anche se a decine di chilometri di distanza) fino alla morte del bambino, avvenuta sette anni dopo i pronostici, e spingendosi ben oltre, quando la coppia si ritroverà di fronte a una quarta e inaspettata gravidanza.

Un’analisi della condivisione di questa condizione incentrata non tanto sui genitori, i nonni e la comunità (presenti sì, ma alquanto relegati sullo sfondo), quanto sui tre fratelli, dalla loro infanzia fino a un’età più adulta.

Natura e sopravvivenza

Anonimi, denominati solo dai numeri ordinali e dal loro ruolo all’interno della coatta condivisione dello stesso nucleo familiare, i tre personaggi delineano tre differenti traiettorie o possibilità di adattamento di fronte allo shock.

E l’onnipresenza della natura, costante in uno sfondo privo di costruzioni cittadine e tutto composto da alberi, vegetazione abbarbicata sulle rocce e venti, sembra trasformare il romanzo in un reportage sulle modalità di sopravvivenza della specie umana in casi simili, scardinando l’idea di un’unica regola darwiniana.

“Il maggiore” sviluppa infatti un inaspettato senso di protezione, un’abnegazione totale ai bisogni del piccolo, che gli indurisce l’animo verso l’esterno aumentandone al contempo la sensibilità su quell’unico punto; sua è l’immagine della cura, ma anche quella della totale aridità quando il centro di tutte le sue attenzioni scomparirà.

“Gli raccontava dei tre ciliegi che molto tempo fa un contadino aveva portato da una valle lontana, sulle spalle” è una delle storie che il maggiore racconta al fratello, per colmare l’impertinenza dei suoi sensi spenti; “Erano diventati l’orgoglio della valle. […] Il tempo passò e il contadino morì. I tre ciliegi dopo di lui. Non si cercarono spiegazioni perché la spiegazione era lì, nell’evidenza dei rami immediatamente raggrinziti: gli alberi accompagnavano chi li aveva piantati”.

“La minore”, invece, affronta la nascita e le difficoltà del fratellino con un profondo sentimento di rifiuto, un’invidia centellinata dal cambiamento repentino degli equilibri, che la rende ora ribelle, ora docile nello scopo di farsi notare, o forse di supplire.

E infine c’è “l’ultimo”, il figlio nato dopo la morte del terzogenito e la cui gravidanza ha generato un’immensa preoccupazione in famiglia; con una sensibilità degna di alcuni indimenticabili personaggi infantili della Duras, vive fra i ricordi e i fantasmi, negli interstizi lasciati parzialmente liberi da uno spettro conosciuto ma mai incontrato, e benché dilaniato dall’incapacità di sapersi il terzo o il quarto figlio diventa un nuovo cardine, il fulcro postumo di un ritorno al dialogo, alla vita, a tutto ciò che è andato perso in famiglia.

Differenze complementari

La cristallina scrittura dell’autrice delinea perfettamente gli scarti e le incongruenze dei movimenti, incasellando una dietro l’altra scene che poi, nel confronto fra le tre sezioni dell’opera, svelano i differenti stati d’animo, le inclinazioni, gli scontri non voluti e gli sgambetti indesiderati.

L’evento spartiacque, è questa una delle grandi verità di queste pagine, incasella i tre fratelli in tre categorie, ne illumina senza mai giudicare o dar modo al lettore di giudicare le corrispettive differenze che determineranno l’intero iter fino all’età adulta; come nel caso delle inclinazioni (la fredda scienza per il primo, le lingue per la seconda, la storia per l’ultimo) o dei gesti, o per esempio nel rapporto con gli oggetti, sempre gli stessi, che vengono rivestiti da tre differenti gradazioni di attenzione.

Un’indagine sul prendersi cura che non teme, giustamente, il focus sulle difficoltà e le deformazioni che uno dei più alti compiti dell’umano può far prendere. Fra privazioni e rivalsa, fra silenzio e dialogo, le frasi lapidarie della Dupont-Monod colgono così una famiglia come molte altre, tentennante sullo strapiombo ma votata e destinata alla magnifica risoluzione degli ultimi capoversi. – Lamberto Santuccio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *