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Reincarnarsi ad ogni cambio di secolo, inseguire perennemente l’amata e ritrovarsi addirittura pulce dentro un campo di concentramento – senza mai sfuggire alla tipica madre ebrea. Lamberto Santuccio propone la recensione del libro "Anime" dello scrittore israeliano Roy Chen, un’avventura unica nel suo genere e scoppiettante dove né i personaggi, né lo stile e nemmeno noi lettori riusciamo mai ad assumere un’unica forma. Nella piena tradizione del romanzo europeo che va da Cervantes a Milan Kundera, queste pagine sono l’accesso al cuore pulsante della strabiliante arte del racconto scritto.

Quando, in alcuni dei suoi numerosi e splendidi saggi, Milan Kundera tenta di definire il ‘romanzo europeo’, sottolineandone il potere misto all’humor e al tentativo lungo secoli di comprendere l’umano, cita ammirandola più e più volte una lunga tradizione che inizia con Rabelais e arriva fino ai Versetti satanici di Rushdie, passando fra i tanti per il Chisciotte, Diderot e il Tristam Shandy di Sterne.

Opere accomunate tutte da uno scoppio immenso della fantasia, dalla polifonia degli argomenti e da un incedere rocambolesco al di là dei canonici bordi della realtà. Dopo aver letto l’ultima riga di Anime, il romanzo dello scrittore israeliano Roy Chen (per Kundera, Israele è il cuore dislocato fuori dal corpo dell’Europa) pubblicato recentemente da Giuntina, mi è venuto istintivo pensare che l’autore dell’Insostenibile leggerezza dell’essere si divertirebbe a dismisura leggendo queste pagine.

Una reincarnazione lunga 400 anni

Animesiamo noi lettori, ed è così che ci chiama il protagonista del romanzo, che vive nel nostro 2020 e ha grossomodo quattrocento anni. O ancor meglio, la sua anima ha quattrocento anni e, dalla sua prima apparizione sulla terra al principio del XVII secolo, abbandona un corpo ed entra in un altro a intervalli quasi regolari.

Dunque il personaggio principale non ha un solo nome, a dire il vero di reincarnazione in reincarnazione può cambiare anche sesso e assumere forme non umane, e da bambino nella confederazione polacco-lituana del Seicento passa a ragazzino della Venezia del secolo successivo, poi diventa lavandaia nella Fès del milleottocento, si fa creatura minuscola nel campo di Dachau dentro l’ignominiosa parentesi nazista e infine, quando inizia a raccontarci la sua storia, è un pingue e pelato quarantenne depresso che compone il suo testo su un moderno computer nella Giaffa contemporanea.

Reincarnazione sì, ma anche incarnazione di buona parte della storia ebraica, trovandosi come gli/le capita nei ghetti delle varie tappe della loro millenaria storia.

La madre

Il ritorno alle funzioni vitali in ogni secolo si struttura come un percorso di redenzione; a ogni rinascita, infatti, il protagonista mantiene memoria delle sue passate esistenze e soprattutto di un’altra anima che si reincarna sempre al suo fianco e, tornando alla sua primissima vita, gli sembra di scorgerci dentro un evento delittuoso, la colpa che lo fa ripiombare al mondo forse per meritarne la definitiva assoluzione.

Anche noi anime potremmo credergli facilmente se solo nel singhiozzo tra una vicenda e un’altra non si intromettesse la madre del protagonista che, leggendo fra le righe di quelle cose assai bislacche, le smonta e rimonta razionalmente e ci supplica di non continuarne la lettura, per non dare spago all’evidente follia da perdita di qualche rotella in testa del figlio. Il classico conflitto materno ebraico.

Ossessione

Così come ce la racconta Grisha, nome dell’ultima reincarnazione, tutta la sua plurisecolare storia si allinea lungo una singola esistenza. I vari tasselli infatti si incastrano complementari fra loro e le morti che segnano il passaggio fra le reincarnazioni si trasformano in realtà nelle boe fra un’età e un’altra, negli scalini fra infanzia, adolescenza ed età adulta. In questo modo, accanto ad alcune grandi tematiche (prima fra tutte, per esempio, la perenne condizione di recluso e isolato), si allacciano i moti normali della vita comune, gli amori insieme ai conflitti familiari, la gelosia accanto al trauma del rifiuto, tutti attraversati con grande profondità.

Il quattro volte ritornato, in tal modo, non abbandona mai i limiti umani e, pur nella consapevolezza della sua condizione, resta totalmente simile a noi. Si degrada soltanto per un elemento: l’ossessione attorno alla presunta colpa, che diventa ben presto ossessione per la morte e infine ossessione per la scrittura, e pian piano finisce col rinchiudersi in se stesso, indebolendosi nella sua ricerca. È con un colpo al cuore, personalmente, che ho letto la frase rivelatrice di tutto ciò, quando la madre, intromettendosi per l’ultima volta nella storia del figlio giunta quasi al capolinea, sospira questa massima: “Chi pensa tutto il tempo alla morte non ha tempo per vivere”.

Poliforme

Non proprio romanzo di formazione ma con un ritmo simile, non certo romanzo filosofico ma che di filosofia e religione si prende spesso carico, Anime è anche un interessantissimo documento delle epoche e dei luoghi dove i meandri della storia raccontata arrivano e sgusciano via.

Spuntano qua una festività ebraica di quattro secoli fa, lì delle piccole digressioni su una stamperia settecentesca, sempre raccontati in forma narrativa e mai noiosa, anzi quasi costantemente umoristica.

Un romanzo informe, che smagrisce e si ingrassa in stili e strutture diversissime. Le parti della madre, sgrammaticate nei condizionali o nei termini più difficili data l’origine russa della donna, hanno tutto l’impeto di un discorso ora urlato e ora sussurrato, interrotto da preoccupazioni e attacchi di biasimo o dolcezza.

La parentesi marocchina è presentata sotto forma di pièce teatrale (Roy Chen è anzitutto autore di teatro) ma con dei flashback aggiunti senza timore di tradire la tradizione. Ma soprattutto tutti i personaggi, quanti essi siano nel conteggio che tiene o meno conto delle reincarnazioni, parlano direttamente con le anime, ovvero coi lettori, rompendo la distanza della narrazione e arricchendo, per la gioia di Kundera, l’identità del romanzo anche con l’aggettivo ‘metaletterario’.

Un piccolo capolavoro che mi ha donato piacere a ogni singolo capoverso. – Lamberto Santuccio

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