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Recensione: Francesca Capossele, L’abitudine sbagliata

Quando incontri un libro incontri un tesoro. Per me è questa l'esperienza di lettura del romanzo di Francesca Capossele, L'abitudine sbagliata (Playground libri, 2023). Vi propongo la recensione del libro che ho sfogliato, quando ancora era nella culla, ossia in bozza. Sono stato avvinto dalla crudeltà limpida di questa scrittura e dalla storia di formazione non sbagliata.

Narrando ogni settimana i libri che occupano le mie giornate su RadioPadova “I libri di Carlo” e sull’omonimo podcast, mi sono reso conto di aver trascurato il piacere della recensione scritta. Vi faccio ritorno con un romanzo che ho seguito fin dalla culla, quando ancora non era rilegato. Lo firma Francesca Capossele per Playground Libri e si intitola L’abitudine sbagliata.

Una tensione mai gratuita, l’intelligenza resa sottile dalle evenienze e la sensibilità partecipe di chi fa i conti con i propri vissuti caratterizzano le vicende di tre ragazzi, che vivono in un paese di provincia alla fine degli anni ’60, tra gente semplice, vicino a un fiume, preparandosi – all’insaputa di sé stessi – a qualcosa che non conoscevano. Maria, Lalla e Bruno hanno uno sguardo sempre rivolto altrove, le gambe impazienti di ballare, terrorizzati dall’infelicità degli adulti.

“Del resto si respirava aria di cambiamento. Soffiava nella mi vita, come in quelle di Lalla e Bruno, i miei amici di sempre. Fratelli. Complici, Se preferite, soldati nella stessa trincea. Vivevamo in un zona a est della nostra piccola città, più paese a parte che quartiere periferico. Il centro non era lontano, ma se prendevamo un autobus per raggiungerlo, si diceva: Vado in città. Scorreva un fiume vicino alle nostre case, lì dove un tempo c’erano solo acqua e alberi. Ma poi, al posto di quella perduta bellezza era sorto un villaggio di casette grigie, nate già vecchie.”

La fuga

All’improvviso escono di scena e il quartiere resta come orfano di loro. Si trasferiscono altrove per frequentare l’Università, immagino a Bologna, quando un ragazzo un sorriso incredibilmente bello, lo sguardo indecifrabile, Luis, entrerà nelle loro vite per non uscire mai più. La provincia diventa il loro passato, si aprono a una realtà più vasta che rischia di inghiottirli. Sono gli anni di piombo, alcuni li chiamano fascisti rossi; vivono, studiano, lavorano, amano. Pensano di sapere già tutto sull’amore ma la torsione che ognuno dei quattro personaggi vive dentro di sé li spinge a una vita autentica ma molto costosa.

“Perché la nostra allegria era secca e sempre un po’ crudele, e in più allora ci sembrava di sapere già tutto dell’amore, anche di quello familiare, di come diventi un vincolo a cui non si è ancora abituati, una serpe che si contorce in mezzo alla massa confusa dei sentimenti.”

 

Crescono spavaldamente fieri, amanti della diversità. La loro vita cerca l’invenzione e un modo di amarsi tutto diverso dagli altri. Luis, dove aver flirtato con Maria, diventerà l’amante di Bruno, pieno di dubbi e con la voglia di trasferirsi a Parigi. La vita dei quattro cambierà e si riempirà di nuove persone.

“L’amore felice è banale, non ha bisogno dell’invenzione mortificante delle parole, e sapevo che era inutile pensare all’adolescente che Bruno era stato insieme a noi.”

La cattiveria

Sono mossi da un istinto di giovinezza, dal gusto spensierato di libertà e cattiveria, quanto dal bisogno e dalla voglia di affermarsi e anche di essere cattivi insieme. È la ricerca di una singolare diversità, dove promettersi cattiveria eterna significa non cedere, non pensare come la massa, non vendersi, cavalcare le mode e diventare banali e diversi da quello che ci si era promessi di essere. E Luis, fissando negli occhi Maria, in tono paziente le confida:

“Sono più disposto ad ammettere l’eredità emotiva di azioni buone o cattive, ma di più di quelle cattive, perché sono più forti […]. Maria, promettimi che sarai per tutta la vita cattiva insieme a me. Puoi credere in qualunque cosa, ma non smettere di dividere con me la cattiveria.”

Senza un copione

Ma torniamo all’inizio del romanzo. Luis è tornato a visitarla e con Maria – che nel romanzo è la voce narrante – si impegnano a esplorare il relitto delle loro vite. Non si trovano diversi dall’ultima lontana volta, si mettono a ridere ripensando a quanto cose abbiano fatto insieme nella vita e quando Luis partirà, Maria si sente sola e si mette a scrivere anche per Bruno, che si sentirà sempre più respinto nel mondo, inabissatosi un giorno con un salto nel vuoto per cause sconosciute. Più avanti Maria dirà:

“C’è sempre un attore che tenta di ribellarsi al copione, quasi mai è il più applaudito, ma di sicuro il migliore.”

Perché la loro storia racconta anche la diversità dell’eros e del desiderio, dove le donne sono comunque per Bruno e Luis le amiche che accompagnano la loro crescita dei protagonisti, pur sapendo che non per quanto grande sia l’affetto e la compassione, non siamo mai veramente nei panni degli altri. Senso delle storie personali, l’intrecciarsi delle sorti d’un gruppo di amici, il peso della vita in provincia, il crescere dolorosamente dei giovani, l’allacciarsi e il mutare degli amori, delle amicizie. Tutte queste cose sono nella pagine del romanzo, attraversato da un amore esclusivo e un’ostinazione per i beni che si sentono incustoditi, soggetti a essere devasti e persi. 

In questa vetrina della vita la giovinezza recita la parte di una spia superiore e scandalosa. Della vita adulta riesce a percepire i meccanismi coperti, le mosse profonde, il segreto racchiuso. Tutte le cose che la vita sciupa e consuma giorno per giorno, Maria, Lalla, Bruno e Luis le raccolgono e le interrogano. Forse nella sconfinata vitalità, questi giovani commettono un solo errore. Salgono con forza sul palcoscenico della vita per accorgersi che non esiste spettacolo, non c’è nessuna festa fuori dalla loro perfetta regia.

Al capolinea

Occupata dal loro oggetto da tradurre d’istinto, con nativa felicità, la prosa di Francesca Capossele prevede un italiano corretto, colto, allusivo, pieno di memorie letterarie: si legga di una neve che non scenderà mai più solenne e senza vento, di memoria cavalcantiana e poi petrarchesca  (p. 76) e si veda quella casa che sembra un porto sepolto ungarettiano (p. 99).  Mai impaurita dalla retorica, controllata e vigilata da un desiderio di purezza, con una piega espressiva che s’increspa alla spigliatezza dei giovani, senza essere toccata dalla prosaicità del quotidiano, che svela il vero motivo “per il quale qualcuno scrive delle storie, qualcun altro le legge, o fa tutte e due le cose”. – Carlo Albarello

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