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Recensione: James Hynes, Il passero

La vita di un ragazzo in un bordello del tardo impero romano è al centro del romanzo storico di James Hynes, "Il passero" (Guanda, 2023). Le esperienze del piccolo schiavo orfano sono descritte vividamente in un racconto a tratti brutale, nel quale due schiave, costrette alla prostituzione, diventano le sue madri. La voce narrante si fa chiamare Passero, il nome più bello tra i vari gnomignoli ingiuriosi, che gli vengono affibbiati da padroni e clienti. In questo nome è racchiuso simbolicamente il suo modo per sopravvivere, per fuggire in un un mondo immaginario, al di sopra dei confini della sua travagliata esistenza. Vi propongo, in questi ultimi giorni del 2023, la recensione di questo libro brutale e meraviglioso.

Classifiche di mercato, tabelle alla mano, non sarebbe difficile dimostrare che il 2023 è stato un anno in cui i romanzi storici sono tornati alla ribalta, incontrando il gusto di sempre più lettori e diventando spesso serie televisive.

Quando ho ricevuto Il passero di James Hynes (Guanda, 2023) nella traduzione di Alba Bariffi, confesso che sono stato spaventato dalla mole di 449 pagine ma affascinato dal periodo storico in cui, dalla sinossi, capivo che era ambientato. L’epigrafe in esergo – una sentenza di Publio Siro – mi ha convinto a iniziarne la lettura, convinto che avrai fatto un bagno nel passato, un passato tra l’altro a me caro per studi e interessi.

Nessuno

Il romanzo è narrato da un Passero ormai anziano che, tra i cieli lattiginosi della Britannia, in compagnia di molti codici antichi, vive gli ultimi giorni della sua vita e si fa chiamare Giacobbe

“figlio di nessuno, padre di nessuno, amato da nessuno, puttano, cinedo, eunuco, lenone, forse ebreo, forse siriano, forse limo del Nilo, manovale, capomastro, storpio, tisico, pezzo di terra abbandonato, pezzo di legno consunto scartato dalla marea che si ritrae, unico abitante rimasto di una città deserta in una provincia abbandonata ai margini dissanguati di un impero morente”

pronto a raccontare la storia della sua vita.

“Ma ti faccio questa promessa, sconosciuto lettore che non leggerai mai queste parole: io non ti mentirò mai. La mia vita sarà stata dissoluta, ma la mia pagina virtuosa.”

Iniziamo.

Un bambino senza nome

Il protagonista senza nome è un giovane piccolino, chiamato da molti pusus, di origini misteriose che risiede in uno degli ultimi bordelli della città romana di Carthago Nova, sulla costa della Spagna.

Lontano da Roma negli ultimi giorni dell’Impero, quando sotto l’imperatore Teodosio il cristianesimo diventa religione di stato, il pusus vive entro i confini di un bordello dove presto è costretto al lavoro. A poco a poco conosciamo la storia del ragazzo, che si fa chiamare Passero (ma non è il suo unico nome), e le storie delle donne che formano la sua famiglia queer ante litteram.

Da dove vengo?

È questa la domanda insistente che il piccolo d’uomo pone alle lupe dell’Elicona, unico bordello tollerato dal vescovo a Cartagina Nuova, dove esse hanno il nome di una musa, pur non essendo muse e dove il piccolino è principalmente accudito da Euterpe, che gli insegna raccontando storie. Tra queste vi sono favole di animali, quelle che si raccontano ai bambini, e attraverso miti e racconti il piccolo conosce il mondo e dà un nome a cose e animali, lui che come le sue compagne di sventura è considerato dai padroni un oggetto.

“A differenza della gallina che marcia e del rondone che svolazza, il passero sta fermo in cima al muro e si guarda intorno. Si solleva appena sulle zampette, gonfia il petto e alza il beccuccio smussato. Poi si riassesta, ed è di nuovo una palla di piume con una palla più piccola sopra. […] Se potrai essere – sussurra – scegli di essere come il passero. […] Così il passero divenne il mio alter ego segreto.”

L’Elicona

Il mondo che Hynes ha costruito è inizialmente limitato al bordello, alla cucina dove il piccolo dorme accanto alla cuoca Focaria e al giardino delle erbe, con una cisterna d’acqua, dove si nutrono in una breve pausa dal lavoro. Il passero evita la taverna, che è piena di uomini chiassosi e violenti, e il piano di sopra, dove le prostitute schiave, vivono e esercitano il loro mestiere. Le prostitute, conosciute come lupe, prendono il nome dalle muse: Euterpe, Urania, Clio, Talia e Melpomene.

Due madri

Man mano che il passero cresce, Focaria chiede a Euterpe, una delle prostitute, di essere responsabile della sua educazione. Ed Euterpe, che è anche l’amante di Focaria, diventa la “madre” e l’insegnante del piccolo.

“E così Euterpre era mia madre al mattino e Focaria mia madre per il resto della giornata. Euterpe stava con me intanto che Focaria usciva dall’orta per andare a prendere l’acqua alla fontana e fare la spesa, da cui tornava con la cesta di giunchi piena di verdure, pane o pesce. Quando pensava che Oddone [il magnaccia] non l’avrebbe sorpresa, a volte Focaria stava con noi per un po’, finché a Euterpe non toccava di rientrare o andare a fare il bagno alle terme. […] Loro due sedevano con la schiena al serbatoio e le spalle che si toccavano, mormorando e persino ridendo. A volte con le dita intrecciate. Io giocavo per terra a poca distanza e facevo finta di non guardare.”

Un uccello in gabbia

Per un bambino il cui unico mondo consiste in una cucina stretta e fumosa e in un orticello largo dieci passi, il mondo esterno appare pieno di mostri. E il focus dell’io narrante si allarga gradualmente quando viene mandato a fare commissioni in una città piena di minacce. All’inizio ha paura del mondo esterno, ma poi si adatta e diventa un osservatore delle debolezze umane che incontra. I cristiani lo disprezzano, gli altri ragazzi lo scherniscono, Oddone che è il protettore-magnaccia violento delle lupe lo riempie di schiaffi e insulti.

Egli è al soldo del proprietario del bordello, un ricco signore locale, nipote del vescovo della città che, grazie agli incassi delle prostitute, può continuare la costruzione della cattedrale. Ma come tutte le figure losche e diaboliche ha progetti oscuri e dolorosi per il piccolo. Assiste a un’asta di schiavi dalla quale una giovane ragazza fugge e il desiderio della libertà germina nella sua mente. Siamo però lentamente condotti al futuro che lo attende, in cui l’innocenza gli verrà violentemente strappata via.

“Adesso ero veramente una lupa. Passavo la maggior parte del tempo nella mia cella, quella che prima era di Clio, solo oppure con un cliente. Povero piccolo pusus, povero piccolo Topo, povero piccolo Antinoo intrappolato come un uccello in gabbia, unico abitante di una stanza di una casa in una strada in una città di mare al centro del mondo.”

La violenza

Hynes parla di un mondo sconosciuto che ci è familiare. Passa con grande disinvolutura nelle vie di Cartagine Nuova e nelle stanze del bordello dove s’incrociano, tumultuosamente, corpi alla ricerca di sesso, sottomissione e ribellione. La violenza non è mai archiviata ed esplode in una creatività torrenziale. Il fascino oscuro del romanzo consiste negli abissi del potere, una ricerca nelle profondità di una società corrotta dove la morte non è un fantasma.

La storia si fa emozionante quando le lupe colgono l’occasione per uccidere il loro protettore e magnaccia, che gestisce il locale per conto del suo ricco mecenate. Sono attimi drammatici.

“Oddone sta appiattito per terra, sudato, pallido, con gli occhi che ammiccano al cielo senza vedere. […] Euterpe guarda Urania e lei guarda Talia, che piange con le mani sulla bocca. Nessuno guarda me, tranne Passero, dall’alto. […] Focaria si butta in ginocchio vicino a Oddone. Con una mano gli chiude le narici, con l’altra raccoglie la mantella di Euterpe, e gliela infila un angolo in bocca. Oddone ha i conati e afferra debolmente i polsi di Focaria, ma lei non molla. Senza una parola, Urania si inginocchia a sua volta e gli prende le mani, bloccandole a terra. Melpomene si gira per afferrare Euterpe, ma lei non si muove. Sta a guardare, con il petto che si alza e si abbassa. […] Prima le braccia di Oddone di afflosciano, poi la pancia smette di sollevarsi.”

Queer family

Sarà Melpomene, la prostituta anziana e donna libera, a condurre una trattativa con il Patrono per gestire lei stessa il lupanare. Offre alle donne l’opportunità di condurre una vita migliore entro i confini della loro dura esistenza. Passero però finisce per lavorare al fianco delle donne e diventa un’attrazione cittadina. Si assicura così la sopravvivenza in una forma di responsabilità reciproca. Qui le relazioni, sempre tese ed esasperate, contano più dei ruoli. Divenuto lupa, passero è Antinoo e si conforma alle norme di quella latrina.

“Il mondo si è capovolto e lo schiavo fotte il padrone. Il ragazzino fotte l’uomo. Antinoo fotte l’imperatore. Per la prima volta in vita mia sto facendo a lui quello che tutti gli altri fanno a me. Gli farà male, come fa sempre male a me? Non m’importa. Gli piacerà? Non m’importa neanche di questo. Si sentirà impaurito, umiliato e inebetito, come succede a me? Dio, lo spero proprio.”

I conti con la storia

Tutti i personaggi dell’ultimo romanzo di James Hynes si riassumono, alla fine, nella disperata violenza del sopravvivere, facendo luce sui nostri tempi più che sul passato. Ci sono idee molto moderne in quest’opera, che interrogano l’identità di genere e le nuove forme di famiglia. Molte volte nel libro, i protagonisti di Hynes utilizzano concetti ed espressioni inaspettati per il mondo in cui vivono.

Euterpe, ad esempio, discute spesso di filosofia greca, cita Seneca, affronta con Passero il problema del ruolo degli schiavi nell’Impero romano; riflette sul carattere e sulle motivazioni individuali all’interno di un gruppo di prostitute.

Se un tipo di coscienza queer prevale, si assiste a una serie ordinata di fatti che, mentre vengono raccontati, esplodono, parlano, in uno spazio storico-temporale che li trasfigura. E così quando Euterpe convince Passero a fuggire dalla città con lei, è convinto che il piano sia destinato a fallire, ma sceglie di assecondarla.

Il passero è un romanzo meraviglioso, ma è anche viscerale e brutale. Una storia cruda di solidarietà femminile, schiavitù e sesso, che racconta come sopravvivere con tenerezza e amore. Un romanzo dei tempi antichi per i nostri tempi moderni. – Carlo Albarello

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