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Recensione: Walter Siti, Tutti i nomi di Ercole

Inseguiamo tutti il nostro oggetto del desiderio, rincorrendo ogni sua declinazione; quello di Walter Siti abbiamo imparato a conoscerlo. Lamberto Santuccio, con precisione appassionata, propone la recensione del libro "Tutti i nomi di Ercole", una raccolta di scritti eterogenei in cui si abbandona ai muscoli possenti e ai letimotiv esistenziali del culturista, individuo sessuale bramato e afferrato. Facendo affiorare affinità e attraversando i soliti mondi mondani della politica e della tv, questa miscellanea torna a parlare del cuore pulsante del nostro tempo tramite un personaggio che sembra incarnarlo totalmente.

La sua Venere in pelliccia non l’ha mai nascosta, Walter Siti. Anzi l’ha non soltanto posta al centro, ma soprattutto analizzata e descritta nei minimi dettagli in moltissimi dei suoi libri. Ne ha sondato a inchiostro tutte le rotondità dei muscoli, gli anfratti e le ombre create dall’incontro di parti del corpo enormemente amplificate da ore e ore spese in palestra a sollevare pesi olimpici, quei per lui assai goduriosi rigonfiamenti costruiti anche con la chimica, assumendo sostanze ora al di qua e ora al di là del legale lungo il confine del doping. E poi ne ha fatto, ché è il suo sbalorditivo marchio di fabbrica, la sagoma prediletta per un’osservazione acuta della contemporaneità, dell’occidente e dei nostri tempi. Ma mai questo preciso corpo è stato così centrale come nella recentissima raccolta Tutti i nomi di Ercole, pubblicata appena pochi giorni fa da Rizzoli.

Incarnazioni di Ercole

I testi raccolti nel volume sono stati composti nell’arco di un ventennio, scritti fino a poco più di dieci anni fa. Scaduti i diritti del più celebre La magnifica merce, e facendone il collage per la presente pubblicazione, l’autore si è reso conto di un dato inaspettato: in tutti i brani, accomunati certo dalla presenza di un individuo facilmente identificabile, compariva sempre il nome del semidio – il protagonista di uno dei racconti, per esempio, si chiama Alcide, patronimico non voluto e poco conosciuto del figlio di Alcmena. “Rileggendoli”, scrive Siti, “mi ha colpito che Ercole mi stesse chiamando da tutte le parti… nel racconto su Paolini ero sicuro che non ci fosse posto per lui, poi nella prima pagina vedo che c’è la parola ‘Ercole’ e dico «oh cribbio»”. Va da sé, dunque, che ritrovandosi di fronte a inconsci richiami a questa figura, qualche domanda Siti deve essersela posta, e un accenno di facile e prevedibile risposta ce lo regala nella prefazione: “[Ercole] era la sommatoria e l’epitome del mio desiderio – ho passato settant’anni a cercare nel mondo le sue incarnazioni”.

Non soltanto il corpo

La sfericità dei corpi non è il solo archetipo rincorso; quella di Siti è una costruzione a trecentosessanta gradi. “Il dato fisico” specifica “è condizione necessaria ma non sufficiente: il corpo che ossessiona incarna un racconto fondativo, cioè un mito”.  Si ripetono quindi, in tutti i racconti, gli stessi tasselli biografici: la fisicità esuberante, sì, ma anche un lutto molto vicino (quasi sempre quello della moglie), un’uguale origine borgatara che caratterizza soprattutto il lessico e di conseguenza anche la visione sul mondo, l’attrazione divorante per le droghe, la vicinanza agli ambienti del potere politico e (ma poi non è lo stesso?) televisivo e infine il capitombolo della carne che si fa merce. Bodyguard e bodybuilder, pornoattore e culturista, escort di lusso o soggetto prediletto di foto artistiche, l’Ercole è soprattutto visto, osservato, quindi costantemente accompagnato dal cliente o da chi ne fa le veci oppure, come nel racconto Le mosse di Farhan, dallo sguardo del marito geloso. Perché la concretizzazione attuale del semidio si posiziona proprio al crocevia fra il desiderio da ricercare e l’ossessione da saziare, senza che quest’ultimo quindi rimanga su un piedistallo.

Dell’ossessione

La commistione del biografico sul corpo rende la Venere di Siti fortemente umana e di gran lunga fragile, bisognosa. “In molte occasioni sono stato il peggior nemico di me stesso”, ammette in un testo sotto forma d’intervista, “è carattere… sono rimasto sempre un bambino” per poi rinfacciare, alla pagina seguente, “’O so, ma mica mo’o devi rinfaccià sempre… pare che so l’ultimo dei tossici, che nun vango un cazzo…”. Con queste coordinate, Siti illumina prodigiosamente la mutevolezza alla base dell’ossessione, l’arrendevolezza di chi riesce comunque a tenerlo sotto scacco coi bicipiti e i dorsali, bisognoso ma al contempo capace di risucchiare nella sua interezza un intero portafogli. Da cui delirio di onnipotenza e frustrazione, fusi in un unico movimento da entrambe le parti. L’ossessione “è aristotelica: ogni volta si identifica nell’immagine evocata, con perfetta mimesi, e ri-soffre di frustrazione ogni volta come fosse la prima. L’ossessione non si risolve in un gioco di ruolo: l’ossessionato è sempre e soltanto sé stesso, non riesce a guardarsi da fuori. Il suo traguardo non è l’orgasmo (e lo scarico conseguente), ma il transfert di una disperazione in cui consiste la sua unica identità”.

Forma mutante e linguaggio colloso

Lo stile di Walter Siti è, come al solito, di ampio respiro, attaccato prodigiosamente alla cosa narrata, con l’uso assai rodato e quantomai perfetto del dialetto romano. Ma ciò che maggiormente sbalordisce di questa raccolta, ciò che permette di attribuire alla sua indagine sulla figura mitica l’aggettivo di warburghiana, è l’estrema mutevolezza della natura dei testi. Racconti, sì, ma anche stralci di un’ipotesi di sceneggiatura, il botta e risposta dell’intervista (ora fra l’escort e un selezionatore, ora fra Siti e lo stesso Ercole che si incarna e si scarna a intermittenza dal corpo di un uomo, ora fra l’autore e Guia Soncini), fino a una sorta di ecfrasi paesaggistica assai aderente alla fisicità elogiata. Il vero gioiello, tra l’altro ben al centro del volume, è infine il testo Sul nudo ossessivo nella fotografia, un vero e proprio saggio correlato di foto sulla già citata ossessione, dove le riflessioni legate all’immagine e allo scatto possono poi facilmente slittare, nella mente del lettore, si suoi apporti nel campo della letteratura. – Lamberto Santuccio

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