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Recensione: Manja Präkels, Quando mangiavo ciliegie sotto spirito con Hitler

Il muro che divideva in due Berlino (e la sua successiva caduta) si ergeva imponente nel cuore di migliaia di giovani. La recensione del libro "Quando mangiavo ciliegie sotto spirito con Hitler" è di Lamberto Santuccio. È un romanzo dalle radici autobiografiche quello di Marie Präkels, in cui un piccolo villaggio tedesco viene ammorbato da una folle, cieca rabbia e smembrato fra nostalgici degli orrori nazisti e rivoltose ‘zecche’ prive di bussola. Uno scritto tutto a fior di pelle attorno a eventi spartiacque della contemporaneità, necessario per un’immersione storica al di là delle incomplete ricostruzioni storiche.

Non è mai facile crescere, e non dev’esserlo affatto stato dall’altro lato della Cortina di Ferro. Ancora di più, poi, se hai vissuto appieno il crollo del muro e la riunificazione tedesca – essere stato adolescente in un periodo che nemmeno i migliori manuali scolastici sanno ancora spiegare bene, compiere quindici e poi sedici e poi diciassette anni mentre, all’improvviso, ti mutano rapidi sotto gli occhi ideali dati per eterni, mode, generi musicali e maniere di fare politica, e planano nuove parole a tratti incomprensibili nella bocca di genitori e insegnanti. Ché ci sono esistenze fatalmente incastrate nel corso della Storia. Questo è il nodo centrale di Quando mangiavo ciliegie sotto spirito con Hitler, romanzo d’esordio (e quando si inizia così, è una gioia anche solo immaginarsi tutto il seguito!) e fortemente autobiografico della scrittrice tedesca Manja Präkels, edito da Voland nella traduzione di Silvia Morante e Stephanie Kunzemann.

Un muro tra le pagine

Sembra puro e insipido cliché, ma c’è un muro assai simile a quello della capitale tedesca, anzi proprio la sua ombra e proiezione, anche all’interno del romanzo. Nel racconto che la voce narrante Mimi Schulz compie sulla sua adolescenza, tutto scene, frammenti e mozzichi di esperienze, un cambiamento sostanziale avviene infatti in concomitanza con l’evento cardine della seconda metà del Novecento.

Prima c’è la sua vita in un paesello della Germania Est, un’infanzia alquanto comune fra olimpiadi di russo e gare di atletica, con una madre che è un pezzo grosso del tentacolare sistema comunista (tutte le famiglie ne avevano uno, di pezzo grosso, rispettato e autoritario) e un padre che ogni sera perde il conto delle pinte tracannate – e poi la nonna, e gli amici, e gli intoppi nei rapporti coi compagni di scuola. Fra i tanti anche Oliver, amico e vicino di casa, un ragazzino col quale Mimi instaura subito un rapporto speciale, non troppo ben definito.

Ma qualcosa inizia lentamente a sgretolarsi, di un tizio sparito del nulla si prende a dire che “è andato dall’altra parte” e piomba improvviso il caos della riunificazione, che comporta, in un tempo che non lascia spazio al fisiologico ritmo dell’adattamento, un capitombolo da togliere il fiato. Nuovi ritmi musicali nei locali, impensate acconciature all’occidentale e, simile alla scena cult della Coca Cola di Goodbye Lenin, appuntamenti presi al McDonald’s.

“Le persone per strada erano cambiate. Stava emergendo qualcosa di loro che prima era rimasto nascosto? Erano davvero arrivati gli androidi? Probabilmente la maggior parte della gente indossava solo vestiti diversi, adesso era l’Ovest a fornire i capi di abbigliamento. […] Quello che stava accadendo alla nostra terra, la DDR, era difficile da capire per chi si trovava in basso. Nessuno la nominava più. Esistevamo ancora? C’erano state le libere elezioni. Il mio nuovo passaporto diceva che ero cittadina della Repubblica Democratica Tedesca. Ma tutti parlavano di Germania e intendevano la Repubblica Federale.”

Come una sorta di morbo

“Come la muffa nelle fessure della cantina, la rabbia si era diffusa prima in casa, poi in strada, e alla fine dominava tutta la città”. A un livello altro da quello storico-ufficiale, Mimi registra un mutamento evidente e inspiegabile, pari a un morbo di quelli da realismo magico, che si infiltra negli spiriti di buona parte degli abitanti del villaggio e delle città limitrofe.

Accenni, poi eccessi di violenza dilagano dietro gli angoli, dentro i locali e infine, con una violenza inaudita, all’interno degli schermi televisivi. Il passaggio epocale della riunificazione ha acceso, in un clic che resta incomprensibile fra i racconti di Mimi, l’orrore neonazista, con la creazione di bande di ragazzini dalla testa rasata che si lasciano andare agli attacchi più meschini contro stranieri, ex comunisti e persone deboli, i froci e gli scemi del villaggio, tutti colpiti con pugni e mazze fino allo scorrimento del sangue.

La comunità degli adolescenti si spacca così in due: da una parte le ‘zecche’, dall’altra facinorosi vestiti in pelle nera e con tatuati sulle chiappe i quattro uncini della svastica nazista, la stessa tracciata a vernice su muri e porte. Per Mimi tutto si fa di gran lunga più difficile quando scopre che il suo Oliver è stato eletto capo della banda nera e che, alla guida di una rete di spaccio e agguati, si è appioppato, in una poco originale e spaventosa conferma di potere, il soprannome di Hitler.

Odio da entrambi le parti, e numerosissimi scontri armati. E perdite, ovviamente. Quando si viene a sapere che una stupida gara di velocità fra neonazisti è finita con lo schianto mortale di una macchina contro un treno, 

la cosa mi lasciava indifferente. Anzi: sentivo addirittura nascere in me una gioia inconfessabile, una risata biliosa, unite a una strana sensazione di piacere.
“Siamo già come loro.”
“Che intendi?”
“Non mi dire che eri triste quando hai saputo chi si era schiantato.”
“E allora? Quindi sarei come loro?”
“Sì.”
“Stronzate. Sono loro gli assassini, non noi!”
Timo gettò con rabbia la birra sul pavimento. Restammo lì, una di fronte all’altro. Nei nostri occhi si rifletteva la sete di vendetta.

Esperienza epidermica

Quando mangiavo ciliegie sotto spirito con Hitler è una schietta traversata della giovinezza così com’è fatta, mentre colpi bassi minano qualsiasi certezza rimanendo correttamente incompresi. Nessuna indagine che si storpierebbe se messa in testa a una ragazzina, nessuna riflessione che risulterebbe fuori luogo nel suo orizzonte, ma prese di coscienza, tentennamenti e lutti vissuti semplicemente incasellandoli l’uno dietro l’altro, e somatizzati nei bisogni di fuga e coi disturbi alimentari.

Quando l’orrore del neonazismo ha in risposta la semplice paura, si capisce di star tenendo in mano un resoconto puntuale; quando gli attacchi disumani sono accompagnati da istintive parole di disprezzo, viene fuori un vero spaccato storico. Ché non va mai scordato quanto i cambiamenti epocali passino sulla pelle di chi li vive per semplici e irrisolti brividi. 

Noi zecche ci incontravamo di nascosto nelle nostre camerette. Studiavamo percorsi alternativi nascosti dietro siepi e recinzioni, e imparammo in fretta a nostre spese dove ci aspettavano cani pericolosi e quali cancelli venivano chiusi di notte. Eravamo ragazze con i capelli corti e ragazzi con i capelli lunghi disgustati dai simboli e che avevano paura degli anfibi. […] Quando ci incontravamo nei luoghi protetti ci rassicuravamo: non siamo noi i matti.

Ma è preziosa anche la chiusa del romanzo, che lo rende a tratti una favola di espiazione propria e altrui, con una eco di perdono borgesiano. Il primo libro di Manja Präkels ha il grande pregio di saper raccontare il dissolvimento della DDR da un angolo di valore, innestando divertimento accanto al dolore, con un linguaggio diretto e una resa da applausi. – Lamberto Santuccio

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